Per una cartografia dei sogni – Elisa Mandarà

Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno.

– Van Gogh

Ogni artista intinge il pennello nella sua anima e dipinge la sua stessa natura nelle sue immagini.

– Henry Ward Beecher

Il colore è un potere che influenza direttamente l’anima.

– Kandinsky

 

Viaggia lungo un vivido registro immaginifico Luca Dall’Olio, tracciando sulla tela una sontuosa cartografia potentemente onirica, eppure prendibile, in virtù della forza comunicativa dei suoi innumerevoli racconti visivi.

Sono infatti riconoscibili i nuclei caldi che animano di verità il fuoco dell’ispirazione del pittore, che compone articolato un universo poetico ove ha ragione d’essere anzitutto il Paesaggio, declinato nella fascinazione di vedute-visioni naturalistiche o di meravigliati Paesi incantati, situazioni visive nelle quali l’artista innesta la frequenza di intermittenze del sogno. Ciò accade poi, in esplicitezza di tema, nella partitura delle Notti di sogno, ove i riferimenti col reale si fanno ancora più rarefatti, ancora più mediati dalla florida fantasia visionaria di Luca Dall’Olio.

Si dispiegano in una gamma ricca policromatica scenari contrappuntati da titoli che immediatamente li acquistano alla sfera intimista, in auscultazione nitida a un io lirico, che traspone in arte emozionali malinconie, illusioni, speranze, ma anche, e con timbro deciso, un’elegia felice della vita e dell’amore.

Una costante subito rilevabile, in seno all’ampio corpus della produzione dell’artista, è la sua attitudine a creare situazioni irreali – lo dice già l’innaturalismo cromatico, assieme alla fantastica inserzione di elementi narrativi reciprocamente disgiunti, nei piani logici del reale, eppure tangibili, originali e straniate, ma al contempo riconoscibili quasi empaticamente, situazioni in cui il fruitore viene chiamato partecipe, coinvolto a livello emotivo. Una magica e poetica impossibilità d’essere ammanta d’un’aura sognata ogni tela, che respira dell’enigma ma anche d’una magica familiarità, che rende credibile, riconoscibile questo mondo squisitamente pittorico.

Nella silloge breve quanto intensa, che Dall’Olio esita oggi per la bella mostra siciliana presso la Catania Art Gallery, emerge uno dei versanti essenziali della poetica dell’artista, quello favolistico.

Condotti nell’olio in combinazione all’acrilico, beneficiando del preziosismo della foglia oro, i dipinti sono connotati da una visibilità netta del segno, che lineare definisce la silhouette delle cose, simulacri di edifici dalle finestre spalancate su acque e cieli, plaghe immaginarie d’un cosmo soprareale, alberi quali correlativi oggettivi di una vegetazione appena allusa, colonne e prosceni di templi memori d’una classicità sempre pulsante nella linfa genetica della cultura occidentale. Dilata la vista la balaustrata metaforica di malinconia, e sono solari le tinte impiegate, mentre ripiegano in un regesto di blu e verdi i toni raffreddati nei notturni, in cui s’acuisce forse il senso di mistero di questo lungo sogno vigile di Dall’Olio.

È favola. Ma sorvegliatissima favola, se la si consideri sul piano estetico, che nulla tiene di naïf, poiché ogni paesaggio, ogni opera di Dall’Olio risponde a una poetica coerente, in cui la realtà inventata diviene ‘normalità’ di visione, poiché legittimata in un linguaggio unitario ed in un cosmo pittorico coeso, in cui il sogno ha una funzione di recupero della gioiosa panica partecipazione all’esistere.

Trentaquattro i lavori in mostra, che possiamo articolare in cinque movimenti, in altrettante ripartizioni dei soggetti, salva l’unità stilistica del complesso dei lavori.

È affidata all’Oro l’ouverture del percorso, sostanziata da quattro inediti firmati nel 2018, connotati da una mirabile sintesi e da una estensione elegantemente breve di tinte, esaltate dall’oro del fondo. Sono rappresentazioni in cui la misura temporale è stata azzerata, in cui è più sensibile il silenzio delle atmosfere, laddove è composita la misura spaziale: asseconda direttrici prospettiche libere Per arrivare da te…, mentre è ieratica la frontalità dei due omaggi aperti all’Isola e a Catania, Sicily, con le sue vestigia erette e crollate a segnare i secoli di nobili passati, e Sant’Agata, splendida per la felicità della composizione, e di Paese incantato, che ricorre a un linguaggio geometrizzante, velatamente memore delle icone bizantine.

Risponde a una ricercatezza di gusto, che non cade però nel mero decorativismo, il ‘trittico’ che compone Labirinto d’amore. In questo secondo movimento Dall’Olio enfatizza il reticolato geometrico e curvilineo, germinazioni che Dall’Olio coglie quali frutti che s’affacciano alla coscienza, quasi a rimarcare l’irruzione dell’irrazionalità, dell’inconscio nel processo creativo, che interessa il pittore-poeta in una liberazione spirituale ed espressiva.

Più corposa si delinea la collezione dei Paesaggi, nella terza sezione, ai quali il pittore affida la riconoscibilità prima del proprio specifico. È qui più tangibile l’area culturale alla quale può essere ricondotta la misura di Luca Dall’Olio, che ha dichiarato una vicinanza ideale all’espressionismo (in particolare a Ernst Ludwig Kirchner), ma che con più riferimenti potremmo inquadrare in area surrealista.

Istanze precise discendono al pittore anche dai maestri della Metafisica, dei quali Dall’Olio ha certo guardato alla sospensione temporale nelle immagini, al silenzio, alla immobilità, al mistero che è intrinseco a ogni visione, pure reale, purché la si guardi adottando forme desunte dal repertorio del fantastico e dell’irreale. È del resto pittura che va “al di là della fisica”, quella di Dall’Olio, che sa ricreare un clima di silente magia, ove non c’è spazio per il dramma né per l’azione, ove il viaggio estetico e poetico dell’artista è completamente proteso alla ricerca del meraviglioso.

In una libera resa delle relazioni prospettiche, trascegliendo spesso la bidimensionalità spaziale, Dall’Olio distribuisce le luci e dispiega la sua maestria di brioso colorista. Un quid di primitivismo informa la sua figurazione, che non indugia nel dettaglio, inquadrando piuttosto la complessità di volumi e oggetti, spesso decontestualizzati, come il discorso surrealista indica, cosicché l’oggetto effigiato potenzi le sue valenze allusive, poetiche, in rinnovate associazioni.

In questo senso Dall’Olio, che vive appieno la sua contemporaneità, come conferma la sua versatile creatività, in cui trovano spazio ed efficacia di resa una fotografia asciutta e una scultura essenziale, ha tesaurizzato la grande tradizione, non solo quella primonovecentesca, ma anche quella romantica, per la sua valorizzazione dell’idealismo e dell’inconscio, questo percepito quale medium privilegiato per l’esaltazione del soggettivismo, ma anche come emporio e matrice di richiami simbolici.

Un ideale ritorno alle origini pulsa nella vis fantastica di Dall’Olio, una volontà di liberazione dell’io, una ricerca serena di spiritualità, istanze che, coi dovuti distinguo, ascendo- no a Rousseau, a Gauguin, a Kandinsky.

In una compenetrazione osmotica tra dimensione onirica e realtà, i quadri sono irradiati da un luminismo acceso, innaturale, e saturati da un colore irreale, che concorre alla sublimazione mitica delle presenze, ed in particolare delle figure umane, nella sezione deiPaesaggi con figure, innestati in atmosfere evocative d’una misura altra, mentale, parallela, ove il reale è scomposto e ricomposto secondo moduli puramente fantastici.

Il territorio magico della fiaba sovverte l’ordine logico delle cose, ne attenta al principio d’identità, ne disordina l’evidenza, in risposta a una rivendicazione assolutamente soggettiva della visione.

Anche qui i titoli assegnati dal pittore costituiscono una mappa d’accesso alle opere, sintomatica della mescidazione tonale, quando si contemperi una varietà di disposizioni dell’animo, lo si accennava sopra, quali l’amore, la felicità, la tristezza, il dolore, stati che comprendono pure il gioco dell’ironia.

Totalmente immersi nel sogno sono quindi i due notturni del quinto movimento della mostra, Notte di sogno, con una memoria vangoghiana il primo, in sintonia con un gusto Pop il secondo. Anche qui è coerente la poetica di Luca Dall’Olio, che nel fantastico e nell’ignoto trova la strada maestra per squarciare il velo dell’autoinganno e delle certezze esatte apprese, guardando alla stella fissa dell’abbraccio vitalistico al mondo.

Elisa Mandarà

“L’avventura Geo-Onirica delle storie invisibili nell’arte di Luca Dall’Olio” di Carmen De Stasio

Spesso si argomenta di un quadro ipercromatico secondo un’intelaiatura vibrante d’innocenza quasi infantile. Né gioco di bimbo, né infanzia stregata e convalescente, ma realtà che dissipa la geometria consueta per giungere a una dimensione atempica in uno spazio di struttura. Non segue un filo di logica legata alla concretezza: piuttosto, assume un’espressione di sintesi, la cui sceneggiatura si compone di tracce che conducono a qualcosa d’interrotto.

In tal senso posso interpretare la struttura metacromatica che definisce lo stile di Luca Dall’Olio: uno stile temprato da una visualità affatto corrispondente alla cattura estemporanea di una realtà totale o totalmente trasfigurata. No: piuttosto, è l’anfratto di una favola misteriosa alla quale l’intuizione dà forma, solidità e accuratezza, rigore e severità nell’inclinazione immaginativa delle rappresentazioni, intrise del tutto e che il tutto non tende a contenere, ma forgia, incanala e propone come un folle indovinello senza conclusioni e che spinge a stupirsi nel vivere vivendo.

Che Luca Dall’Olio ritenga un certo ordine è visibile dalle proporzioni delle sue opere d’estrazione tanto pittorica, scultorea, grafica e fotografica: simmetria e asimmetria sono situazioni imprescindibili, congegnate in modo da consentire la divagazione, continuando a contemplare la lettura individuale in un’eterogeneità che domina con l’annullamento delle limitazioni spazio-epocali e visualizza il tutto intenzionale senza correzioni o costrizioni visuali, sicché la panoramica si forgia incessantemente all’interno di cadenze che consegnano una dimensione onirica e quella terrestre in un’osmosi integrativa e mai dissuasiva. Per questo ritengo che l’operazione artistica compiuta da Luca Dall’Olio si disponga a clima di una nuova territorialità dissuasiva rispetto a fissità pletoriche di decorativismo.

In fondo, è proprio nell’arte cromatica che la pittura perde la propria funzione didascalica e favorisce il congiungimento tra simultaneità e riflessione attardata senza prospettive che siano messaggere di alcun volo altrove, poiché nel qui l’artista coniuga il suo altrove secondo personalissime tempeste iridate d’intelletto e fulgore creativo. Ed è sempre qui che le storie invisibili di Dall’Olio assumono immaginario e impegno intellettuale. Oltretutto, la trasfigurazione avviene non già secondo un drastico taglio dagli effetti dirompenti, sicché ciascuna grandezza conquista una precisa dimensione motivazionale e detto e non-detto vanno a corrispondere, alla maniera in cui la realtà che si vive fertilizza un ambiente non già diverso, né che contempli una presunta fuga, ma sia diversamente memorabile.

Mi piace definire la costruzione artistica di Luca Dall’Olio come dimora che accoglie i sogni e tutte le immaginabilità all’interno di un impianto culturale marcato fin nel dettaglio, capace di coniugare in sé matematica e geometria: la matematica dell’ordine e delle traiettorie e la geometria dello spazio calcolabile. E, in effetti, nulla che sia presentato rimanda ad alcunché di avatariano, ovverosia, virtuale in senso arealistico.

Al contrario, tutto è esistente, solo con una ripartizione di equilibri individuali. Insomma, è la diagnosi di una libertà che si costruisce continuamente e che per certi aspetti sembra ricomporre la decisività materica preraffaellita con le indomate fluenze vaporose di Turner, mantenendo il contatto con uno stile che rimanda a un latinismo garbato, pianificato e impregnato di una traccia morbida che consente, appunto, di pensare a una condizione di dimora, di accoglienza. Un’accoglienza prospettata nel disegno di personalissime storie invisibili, animate in un mondo che non sbiadisce, infine, come mai sbiadiscono i sogni e che, in più, avvolge in un’intonazione per gradi che vivacizza l’ambiente in una caratterizzazione tridimensionale, e dispone le immagini a esser specchi di intenzioni, così come avviene nell’ambito sculturale.

Invero, le sculture di Dall’Olio si rivelano veri e propri percorsi intenzionali, la cui abilità sintetica si ritrova nell’amalgama costruttivo di tutte le argomentazioni fino a raggiungere effetti di poesia. È un fatto che, in quanto duttile e dinamica, la poesia occupi un tempo progressivo. Orbene, anche nelle sculture di Dall’Olio è possibile leggere non segnali ma vere storie evolutive in un grafogramma dal valore esplicito se si acuisce la penetrabilità delle prospettive del pensiero.

Nulla di diverso da quanto paventato da Adorno, per il quale la prospettiva di semplicità, libera di riflettere la propria materia individuale, corrisponda alla maniera di agire del pensiero. E dunque, il mondo al quale Dall’Olio dà vita non è un rovesciamento della realtà, né un mondo a parte o canzonatorio. È il mondo che la mente dell’artista dell’incantamento manifesta con storie che si scrivono nel momento di realizzazione e si leggono nel momento in cui toccano lo sguardo e attraversano gli spazi condivisi, traducendoli in un’intensità immaginativa riconoscibile e parimenti irresistibile.

Nel nuovo spazio il movimento spinge e s’acquieta senza mai catapultarsi in veloci e scomposte artificiosità. È movimento impegnato, colto, anti-iconico e mai stanziale, in cui la parola è sul fronte di un mondo che non appartiene all’altrove, e nemmeno è mimesi caricaturale di sogni d’innocenza. Esso è, invece, significativa alterazione dei luoghi, che, nei colori improbabili, re-inventano la direzionalità. Ciò permette all’artista di realizzare un sillabario di limpidezza che convive in un’atmosfera complessa: a un tempo sofisticata, raffinata e birichina; mobile come un giuoco e nobile d’una saggezza trasparente in forme recuperate all’incanto di una purezza visuale densa.

Accanto agli spazi, dunque, Dall’Olio re-integra altresì un linguaggio che è sintesi estetica e transizione dalla realtà trasfigurata, agendo in una creatività che si materializza nell’opera, affinché questa si figuri quale occasione per condividere un territorio vivo nella sua tridimensionalità composta e composita di luoghi sovrasensibili, cromie coniugate in un tempo rinnovante e in una continua mediazione tra concretezza e avventura geo-onirica.

E un’avventura geo-onirica appare il paesaggio artistico: una storia tra le tante storie invisibili, che si narra attraverso il gesto e il colore, la profondità e l’ambiguità. Seria perché, pur traendo spunto dal gioco del sogno, non declina in prosaicità devastante e ordinaria. Realtà in sé vera e nitida, priva di soverchiamenti e artificiosità, rispondente a un personalissimo progetto. In questo modo la storia in narrazione artistica si destruttura fino a compiere in fasi successive un salto verso la riduzione formale e a lasciar trasparire l’essenza, il luogo del pensiero, sì che il pensiero stesso investa di valore la materia, ne renda docile la trasgressività, la scaltrezza e la brutalità d’esser invenzione, elevandola a nuova dignità al punto da apparire materia unica e ideale per quella rappresentazione e non altro.

Non entità eterna, ma entità-specchio della contemporaneità in tutte le sue dimensioni dinamiche, Dall’Olio ne scopre la capacità di incessante ringiovanimento adattativo.

Più integrativa che simbolica, quindi (in quanto non d’immediato richiamo, né totalmente chiusa in ermetismo che convenga ad altro estraneo a sé), l’arte di Dall’Olio sollecita una situazione variabile: attraverso luoghi riconoscibili – pur traslati dal reale concreto al reale onirico individuale –, prospetta luoghi conoscibili con la stessa trasfigurazione complessa di tutto quanto possa creare un linguaggio unico: irregolare rispetto a una visualizzazione speculare e speculativa, ma assai regolare rispetto alla misura incognita e anti-assoluta tanto dell’artista che del suo (inter)agire con il territorio (origine alla creazione) d’arte.

Di fatto, Dall’Olio sfida la regolamentazione consueta del luogo come contenitore e lo trasla in componente essenziale di una performance che continua, attraversa lo spazio e genera ambiente. Così, nel segnare la transizione da luogo espositivo a luogo d’arte, partendo da una cultura che dialoga con le precarietà del tempo post-rivoluzione industriale, le sue sculture configurano il non-luogo dei pensieri trasparenti nella compattezza di sagome antropo-geo-morfiche, mediante le quali ripristina la posizione archetipica del mondo e nelle quali resta l’essenzialità di linee e curve e solo esse bastano a costruire una storia mutevole di unione e vita.

In tal senso, l’azione artistica del Maestro è traccia mediale nella cui orbita si riscontra anche l’artista stesso. Ma non solo lui. Potrei altresì parlare di iconismo linguistico come sistema mediante il quale Dall’Olio attraversa l’oggetto ordinario e successivamente lo manipola  perché la sua opera sia in grado di esprimerne una particolare, sublimale, prospettica completezza, comprensiva di tutti i sistemi in simultaneità a dar ragione di un’arte efficace, specifica.

Vero è che questo potrebbe valere equamente per qualsiasi intervento dall’esterno sulla materia che in sé sia segno originale, inventivo. Ma è altresì in questo la transizione tra ciò che serve e ciò che l’arte è, poiché, attraverso procedimenti di osservazione, indagine, traduzione e costruzione, l’arte recupera la comunicazione simbolica della realtà presente nella visibilità o nella dimensione non-vista. È traiettoria molto più che finalizzata a uno scopo. Per certi aspetti, è proprio la deformazione della materia a garantire la libertà d’immaginazione e la sua realtà immaginaria, flessa in un’identità al contempo personale e oggettiva: personale perché corrispondente agli eventi privati, agli incontri, a uno stile che si evolve e garantisce unicità senza il sopravvento dell’iconismo identitario e chiuso.

Vi e più oggettiva nell’identità che converge in luoghi sconosciuti di altri individui, che potranno partecipare con sapienza a una visualizzazione dinamica dal carattere ultra-epocale.

Di fatto, con Dall’Olio il carattere epocale si dissocia in relazione al tipo di espressione: ciascun luogo d’arte appare una sorta di scenografia che s’interseca con la sceneggiatura per poi calibrarsi in un montaggio e in un processo d’integrazione-sottrazione. Ciò avviene soprattutto nell’ambito sculturale, in cui a prevalere è il materiale industriale, la plastica, il poliuretano, che l’artista ingentilisce conferendo la mobilità e la durevolezza di un’arte che riproduce la diacronia come carattere dell’esistere. Non già introdotto come tratto polemico alla società dei consumi, l’artista si volge all’uso di un linguaggio captativo, consapevole. Nello sperimentare continuo di temi e materiali, strumenti e sistemi gnomici per rendere a sé rispondente la sua traccia artistica, Dall’Olio inventa l’incantamento in una trasversalità in costante dissuasione di un site specific e, alla maniera di un Isgrò, prosegue nella cancellatura successiva di dettagli perché emerga una presenza esiziale di essenze.

Di pari segnali si tinge la sua esplorazione fotografica: ponte tra il progetto di sottrazione in scultura e l’assemblaggio complesso in pittura. Qui il particolare veicola la pienezza di comportamenti successivi. E così la fotografia segna una propria traccia; anziché suscitare suggestioni, è essa stessa suggestione e manifestazione finale (ma non conclusiva) di un procedimento intuitivo che si piega all’abilità dell’individuo-artista di essere a un tempo facitore, osservatore e fruitore. Per ciò detto, il linguaggio artistico fotografico scarta qualsiasi formula definitiva e assume un atteggiamento calibrato verso il suo oggetto, che tale diventa nel momento in cui l’artista ne è catturato e non per bellezza effimera, quanto per intrinseche dinamiche che lo liberano dalle catene della strumentalizzazione di massa funzionalistica e aprono a un tracciato di valorialità estetica.

Carmen De Stasio

“THE LOVERS (DI SÉ STESSI)” – CHLOÉ E LUCA DALL’OLIO

Gli Amanti (The Lovers) si incontrano in uno spazio aperto, tra le foglie e gli alberi di un giardino incantato. Incontro e scontro.

Forme all’apparenza identiche, ma ad un secondo sguardo tutte differenti. Corpi definiti da una linea estetica ben precisa.

Non più cuore rosso e pulsante in corpo robotico, ma apparenza ammaliante e uniformata contenente cuore ormai arrugginito.

Un confronto estetico che ci sembra fare perfettamente parte della contemporaneità.

La sempre attuale ricerca della forma fisica perfetta e dell’apparenza impeccabile che non smettono di spingere in secondo piano la realtà, la sostanza, le emozioni, il corpo autentico, i sogni, gli amori e il significato della vita.

Una società che ci impone di seguire sempre gli stessi noiosi modelli, che ci impone di imitare gli altri, di stare con gli altri, di vestirci come gli altri.

Una società i cui vincoli e false certezze regalano l’illusione di essere importanti, di avere finalmente un posto nel mondo. Ma l’uniformità rende davvero liberi?

Io penso che solo prendendo atto di chi siamo veramente, condividendo le nostre idee a voce alta, solo agendo, amando, portando con noi le cicatrici dei percorsi fatti, delle esperienze vissute, degli sbagli commessi, solo così riusciremo a ritrovare i valori veri della vita e a viverla con serenità, meraviglia e passione.

Solo accettando chi siamo veramente e portando sempre con noi noi stessi, mano nella mano, come fossimo i nostri stessi piccoli fratelli, potremo veramente esperienziare il vero valore delle cose e delle persone che ci circondano.

Andando oltre la forma, il colore e la superficie, sarà possibile uscire dal mondo delle apparenze. Solo rimettendo in tasca telefoni e tablet e rialzando finalmente lo sguardo potremmo tornare di nuovo a guardarci l’un l’altro negli occhi.

Camminando tra le persone, considerandole davvero, parlandoci di nuovo. Riscoprendole. Imparando da capo una nuova lingua, tornando ad essere in grado di capire, parlare e interpretare questo ormai nuovo ‘linguaggio universale’.

Chloé e Luca Dall’Olio

“L’INCANTO DELLE CORRISPONDENZE” – PAOLO CAPELLETTI

Uno scatto, un battito di ciglia, un’agile pennellata e ci troviamo inaspettatamente catapultati in un cosmo alieno eppure così familiare. Sussultiamo, nonostante l’operazione visiva che ci ha condotto qui è stata tutt’altro che violenta, un trionfo di delicatezza, invece. Giusto il tempo per recuperare il fiato e abbiamo già perso il tempo, di nuovo. Un’altro flash s’è già inserito, un’altra immagine è già venuta alla luce. Non ci resta che rassegnarci, i rimandi saranno numerosi, reiterati, reciproci e privi di soluzione di continuità: e allora tanto vale abbandonarsi, lasciarsi trascinare dalla potenza del visivo che si rende visibile, sempre di più, e partire all’avventura, quella del disvelamento.

Il velo è quello della fiaba. Sollevarlo significa entrare nel tunnel, come faceva Alice, con tutte le scarpe. Attraversato lo specchio, proprio quando avevamo accantonato il timore di perderci, eccoci là, ci siamo ritrovati. È davvero in un altro mondo – ci interroghiamo contemplativi – che siamo entrati? Oppure la faccenda è ben più complessa, e siamo benedetti dall’opportunità di assistere a un mondo che ancora non c’è?
Il migliore dei mondi possibili ha il peggiore dei difetti possibili: è finito. Ma questo, invece, è il mondo del possibile, il mondo del sogno, e quale carattere dovrebbe possedere se non quello dell’imperfezione continua, dell’apertura, dell’impossibilità di finire?

L’occhio non si ferma: da un quadro a una scultura, da un muro fotografato a un dettaglio dipinto, da un ferro trasformato a un paese incantato, i salti sono continui, armonici. E, insieme, sempre lanciati anche nella direzione opposta. Ci trasformiamo da viaggiatori in visitatori, poi in conoscenti e, infine, per curare queste nuove amicizie, diventiamo corrispondenti. Diamo noi stessi, stando qui davanti, pur di poter vedere, ancora, le immagini che risuonano e si richiamano. Corrispondiamo in cerca delle corrispondenze.

Il nostro occhio sarà stimolato dall’atto stesso del vedere, rendendosi conto della capacità del proprio sguardo di vagare, di perdersi, senza però sentirsi mai perduto ma, piuttosto, avvertendo di stare sempre trovando, scoprendo.

Il mondo che mondeggia è il miracolo della differenza che si fa – e si fa concretezza tangibile, visibile – sfruttando il tempo, piegandolo al proprio volere anziché adeguarsi al suo cinico battito. Ogni gesto artistico di Dall’Olio sembra una rivolta che, tuttavia, pur rispondendo a un impeto anarchico, scarta sapientemente il rischio di svuotarsi di senso e, invece, si crea, si replica, si produce. Per farlo, queste opere prendono il tempo, lo accartocciano, lo lasciano spiegazzato e lì, in quelle pieghe, in quei rivolgimenti, in quei drappeggi, che fino a un istante prima erano impossibili ma ora sono qui, sotto i nostri occhi, proprio lì, si diceva, esse individuano lo spazio che compete loro, e si generano, contro ogni pronostico, entrano in scena.

La nostra sorpresa è sempre la stessa, per intensità, e sempre inedita: lande immaginarie si fondono con la città. Segni pittorici forti ma delicati ci accompagnano docili sulla superficie di una fotografia. Ci accomodiamo lì e, miracolosamente, senza sforzo, corriamo anche più in là, fino alla prossima immagine, al prossimo momento insieme, proprio con il misterioso talento che pertiene agli amanti.

Godiamo, allora, di queste composizioni, che non ci impongono un pensiero o una visione ma – qualità ben più preziosa – ci stimolano a non accontentarci di un solo punto di vista, ad accoglierne molteplici, infiniti. I mondi di Dall’Olio sono inviti alla meraviglia, la qualità dell’universo che è insieme la più fantastica e la più realistica. Essi sono inviti a guardare, a toccare, a raccogliere; sono, insomma, deliziosi imperativi a lasciarci meravigliare dalle corrispondenze. E a corrispondere meraviglia.

Paolo Capelletti

PAESAGGI – PAOLO LEVI

I paesaggi di Luca Dall’Olio nascono da un fervore fantasioso, da un gusto particolare per il colore che si diffonde su tutta superficie del supporto in stesure fluide, dense, vibratili e del tutto inedite. Il disegno configura con nettezza un universo onirico, dove le forme della natura e delle costruzioni immaginose sono riportate a una dimensione geometrica primaria, semplificata, volutamente antidecorativa, e di immediata decodificazione. In questa pittura gioiosamente variegata, è la superficie del visibile quella che conta, mentre è arduo ritrovare i significati simbolici sottesi a questi accadimenti metaforici, che sono forse da interpretare come parabole. In verità, Luca Dall’Olio non è pittore di atti gratuiti, e il suo andare per immagini nulla ha da spartire con l’improvvisazione. Egli medita sull’esistente e tramite la bellezza sofisticata delle sue cromie, racconta la condizione umana, presentata in una chiave poetica che si sposa con un sottile avvertimento morale, che solo l’osservatore attento può captare all’interno di questi sapienti gioielli compositivi. Inoltre, chi guarda deve saper cogliere la preziosa valenza di una poetica visiva che si basa sui rapporti tonali, sull’impasto dei pigmenti, sui contrasti segnici delle volumetrie, sulle tracce volatili e volubili di un’immaginazione capace di raccontare quello che di solito si vede solo nei sogni. In molte di queste opere la tavolozza seleziona una cromia di predominanza, condizionando le altre tramite le assonanze delle variabili tonali e le dissonanze dei colori complementari, éOh effetti di freschezza e dinamismo, malgrado la staticità dell’impianto scenico, che sembra immerso in un’atmosfera artificiale, senza vento, e in un silenzio profondo. Questo dato è particolarmente evidente nelle Notti mediterranee, un concertato di blu e di verdi, dove le presenze gialle e alonate della luna e delle stelle su un cielo sontuoso, corrispondono ai brevi tratti di bianco spumoso che corrono sulla superficie del mare. In questa raffigurazione sono presenti tutti gli elementi paesaggistici evocabili a partire dal titolo: ruderi di colonne greche, pini marittimi, un faro che divide nettamente in due parti la veduta con una lunga scia orizzontale di luce gialla, alcune costruzioni con il tetto aguzzo, che ricordano le forme dei campanili e delle chiese di paese. Del tutto insolite, poi, sono le titolazioni spesso felici, ma di colta enigmaticità, che l’artista appone ai suoi lavori: Dai convinciti che è così, rappresenta non solo un paesaggio verde con castelli rossi, ma forse anche una narrazione interrotta, o lasciata in sospeso, per riprenderla un’ altra volta, magari popolandola di inusitate situazioni immaginifiche. Celato anche il senso di Non ricordo chi sei … forse, un momento autobiografico si direbbe, e comunque una bella rappresentazione marina, un’istantanea della memoria, avvolta dal tepore dolce di un evento felice, una cristallizzazione del tempo e dello spazio in un gioco tutto mentale, dove il passato si è disteso in una rivisitazione gentile e idealizzata. Quando il desiderio correva nel sangue, è infine un’intensa sinfonia di rossi e di aranciati che disegnano un paesaggio collinoso spezzato da un corso d’acqua squillante di azzurro, dove si fronteggiano due costruzioni, una fortezza austera e un castello con le finestre illuminate: potrebbe essere l’allusione, suggerita dal titolo, a un maschile e a un femminile che si fronteggiano, o all’amore tout court, quello che vale per tutti, l’universale ribollire del sangue che prelude alla vita e alla felicità.5

LE POETICHE FIGUATIVE DI LUCA DALL’OLIO – LUIGI FUSCO

Luca Dall’Olio, da anni, è impegnato in una profonda ricerca sui possibili linguaggi figurativi previsti nell’ambito delle arti contemporanee. La sua kunstwollen è, prevalentemente, orientata verso la materializzazione pittorica di oniriche visioni, la cui natura è frequentemente tratta dal mondo dei sogni. Non a caso la sua produzione di dipinti è pervasa da una sentita vena emozionale che tende verso l’affermazione di segni e simboli contraddistinti, a loro volta, da una ricorrenza di elementi figurativi dal potere immaginifico. Le investigazioni condotte, negli ultimi decenni, gli hanno consentito di raggiungere una maturità espressiva che si è, poi, tramutata in quello che, oggi, è identificato come il suo personalissimo stile: autentico per quanto ne concerne la vocazione estetica ed audace per quanto ne riguarda l’elaborazione compositiva. Tutti i suoi lavori, anche quelli grafici e fotografici e non ultimi quelli scultorei, nascano dalla sua attenta riflessione sulle eventuali commistioni di genere e di soggetti da rappresentare. Insiste, difatti, in ogni sua opera una sorta di rimando figurativo, estrapolato, di volta in volta, dalle sue singole e diversificate esperienze creative. Tale sua speculazione diviene, infine, forma concreta quasi esclusivamente attraverso la pittura, le cui immagini impresse, provenienti dal suo bagaglio culturale, emergono, sempre di più, da nuove ed inusitate iconografie, messe, poi, in risalto tramite sorprendenti calligrafie decorative connaturate da vivaci cromie. C’è, inoltre, nella pittura di Luca una visione antinaturalistica anaprospettica; trattasi di scelte ardue, proprio dal punto di vista formale, adottate con l’intento di dar vita ad una espressione bidimensionale che sia la risultanza di un intervento effettuato, in modo continuo, nell’ambito della ricerca spaziale. I temi rivelati sono tratti da un universo favolistico ed esotico: memore dei paesaggi del mediterraneo. Le immagini proposte affiorano dalle sue virtuose pennellate, i particolari, invece, sono definiti da minuziose operazioni analitiche, mentre i colori sono trattati come delle suggestive epifanie visive. Su ogni brano pittorico sovrasta la luce, il cui apporto contribuisce a dare un valore emozionale all’intero quadro. Tutta l’attuale produzione di Luca è accattivante, ma soprattutto non è incasellata in schemi predefiniti; al contrario si scorge in ogni suo singolo pezzo una variabilità narrativa che muta incessantemente fino a trasformarsi in pura visione poetica. Luigi Fusco

L’INCANTAMENTO DELL’INFANZIA – VITTORIO SGARBI

Luca Dall’Olio è un pittore che ha saputo conservare intatto l’incantamento dell’infanzia. Ovviamente maturo, sia dal punto anagrafico che professionale, nella sua interiorità non ha mai respinto il piacere di viaggiare nel paese delle meraviglie. Questo artista costruisce narrazioni visive che si propongono alla complicità di chi fortunatamente non ha voglia di crescere, dipingendo ad olio, e utilizzando per il decoro pittorico foglie d’oro, d’argento e di piombo. Già i titoli che egli applica a queste pagine gioiose vengono incontro a chi guarda come sottolineaturepersino ironiche, e comunque come proposizioni ambigue rispetto alla domanda che ci si pone sull’effettiva rispondenza di queste immagini con il suo mondo onirico, che sospettiamo sia ben più profondo e oscuro di quanto l’apparenza non dica. L’iconografia di Dall’Olio sembra provenire da una cultura orientale, dove il segno connota fortemente e contiene i tasselli figurali, mentre il colore si distribuisce in toni e controtoni creando forme nette e antinaturalistiche, e componendo personaggi e paesaggi volutamente privi di profondità prospettiche, quasi a sottolineare la natura squisitamente letteraria. Questa immaginazione poetica molto curiosa crea centri focali dove solitamente campeggia, imprigionato in un costrutto architettonico, un volto maschile o femminile, con sembianze di maschera, e con uno sguardo azzurro attento e fisso che scruta l’osservatore. L’effetto che suscitano questi occhi è assai simile a quello che ritorna indietro quando ci si guarda allo specchio, che è un poco stuporoso per il fatto che in quegli occhi si ritrova solo la domanda inespressa che abbiamo loro rivolto, e che finisce per essere il segno di un non riconoscimento. Pittore di sogni, Dall’Olio può dunque essere collocato nel territorio della tradizione surrealista, anche se la sua immaginazione tende più a chiudersi nel mistero del suo significato globale, piuttosto che espandersi in un’interpretazione analitica e psicologica. Ognuna di queste raffigurazioni è soprattutto un insieme di momenti ben scritti e di immediata lettura, dove non è sempre possibile seguire il labirinto delle complessità narrative dell’invenzione portata sulla tela con grande virtuosismo, e dove forse l’unico mistero sta proprio nella quantità dei momenti inventivi che compongono l’intreccio. Ma se l’autore neanche con il titolo permette di decodificare questi avvenimenti, certamente egli punta al coinvolgimento emotivo dell’osservatore, a catturarne l’interesse con un’immaginazione fantasmatica dove, oltre alsenso arcano della fiaba, aleggia un ironia sottile. Quello che sorprende in questi lavori è la qualità del disegno, trattenuto dagli eccessi retorici grazie all’equilibrio fra le varie parti dell’insieme,che impone una lettura di sintesi fra gli elementi che costituiscono un coerente paesaggio mentale. Quanto alle potenzialità coloristiche e inventive del decoro va detto in quale modo esse rendono accattivante la narrazione, la cui trama sembra appartenere a un maestro antico, come quelli che decoravano di forme luminose le vetrate delle chiese, o che intessevano grandi arazzi sulle pareti degli antichi castelli. A questo tipo di elaborazione estetica appartiene l’aprospetticità delle opere di Dall’Olio, che sa disegnare la sua interiorità provocando effetti visivi di cieli stellati e di città immaginarie dove si svolgono incontri di figure cavalleresche e magiche, dove si aprono antichi portali istoriati su traversie avventurose ormai prossime al compimento e alla soluzione di tutti i misteri.

DELL’ANIMA IL PAESAGGIO – ALBERTO D’ANTANASIO

Ci sono Artisti che non dovrebbero dipingere, né scrivere poesie, né comporre brani musicali. Qualche anno fa, a tre primati chiusi in altrettante rispettive gabbie diedero da mangiare entro tempi stabiliti; quando si accendeva una luce era tempo di pranzare o cenare, tutto a orari prestabiliti. A una quarta scimmia furono dati gli stessi orari, lo stesso ambiente, gli stessi cibi, ma aveva pennarelli gessi e carta per disegnare. Passò del tempo e le prime tre scimmie si abituarono agli orari, per cui prima ancora che la luce si accendesse si disponevano davanti alla porta che permetteva alle ciotole di entrare nella gabbia. La quarta scimmia disegnò e riempì fogli a non finire e cominciò a non rispettare gli orari, saltava il cibo e mangiava quando ne sentiva il bisogno e non quando la luce s’accendeva. Non ebbi modo di leggere le dispense successive a quella in cui si descrivevano gli inizi dell’esperimento, pensai che l’aver stimolato la creatività nella quarta scimmia aveva provocato il desiderio di soddisfare anche quei bisogni che superavano quelli primari del mangiare e bere. La scimmia aveva sviluppato un comportamento indipendente e anticonformista. La creatività e l’arte rendono liberi e donano la capacità di dare ascolto ai bisogni che esulano dalla sfera materiale. Gli artisti sono talvolta persone per natura rivoluzionarie perché mal si adeguano a ciò che è regola imposta e predisposta da altri. Gli artisti sono liberi e spesso inconsapevolmente pretendono di essere liberanti per quanti vogliono ancora provare ad emozionarsi e percepire sensazioni, passioni, voglia di vivere col cuore e con la ragione dei sentimenti. È così che voglio immaginare Luca Dall’Olio e il suo fare arte, ricordando quando ho aperto un suo catalogo e ho conosciuto i suoi paesaggi, i suoi cieli stellati, la sua metafisica tra una coscienza da ragazzo e la malinconia dell’uomo che sentendo il tempo segnare la materia prova ad illudersi che con l’arte, oltre a sovvertire le abitudini, si possa anche rallentare la corsa di Crono e colorare infine le fisionomie dell’anima. Le immagini di Luca Dall’Olio hanno la capacità di unire forma e colore in maniera armonica, non è figurativismo astratto il suo, ma pura volontà di superare la rappresentazione come mera produzione dell’artificio artistico personale. Per Luca, il dipingere i suoi paesaggi e le città antropomorfe ha due aspetti essenziali: il soggetto rappresentante e l’oggetto rappresentato. Entrambi esistono soltanto all’interno dell’immagine che quest’artista costruisce, come due entità che si equilibrano, tanto che non può esistere nella lettura dell’opera di Dall’Olio una percezione del soggetto senza oggetto. L’oggetto esiste perché vi è un soggetto che lo prende in considerazione nella rappresentazione e così il soggetto prende coscienza di sé proprio tramite il suo rapportarsi con gli oggetti. È un concetto questo che è parte integrante della filosofia estetica di Schopenhauer, ma se nel filosofo tedesco oggetto e soggetto sono sullo stesso piano, nella elaborazione filosofico estetica di Dall’Olio l’oggetto rappresentato permette di percepire il soggetto e di raffigurare l’idea ispiratrice nella sintesi mirabile tra forme linee e colore. Per cui non c’è la causalità di Schopenhauer e di Kant nella disposizione delle forme nei dipinti di quest’artista, l’oggetto è l’agire che ferma il tempo e permette di percepire lo spazio. Nei quadri di Luca Dall’Olio si fondono i concetti di fenomeno e noumeno. Se il fenomeno è il prodotto della nostra coscienza, cioè il mondo come ci appare mediante le forme a priori dell’intelletto (tempo, spazio, causalità), mentre il noumeno è la cosa in sé, fondamento ed essenza vera del mondo. Nel dipinti di Luca la rappresentazione diviene sintesi di sogno, illusione diurna, realtà passata che torna a rivivere attraverso i ricordi e i sentimenti che l’opera suscita nell’osservatore. Gli oggetti sono testimonianza di un tempo che è stato, quasi che il quadro non sia altro che la testimonianza reale di un evento misterioso che non può avere parametri se non quelli della fantasia e dei sentimenti. La realtà si percepisce attraverso il sogno altrimenti la malinconia, invece di essere premessa della creatività, diviene tristezza e alienazione, conformismo e dipendenza dal tempo e dai tempi. Così i cieli stellati non sono notturni ma simboli di rinascita così come è rinascita ogni stella. Il cielo blu è rappresentazione del tempo passato mentre la stella è la dea che permette di irradiare il passato nel futuro rigenerandoci nella parte migliore. Dall’Olio viene a dirci che ogni giorno è davvero un giorno nuovo e che non conta ciò che siamo stati ma ciò che siamo e vorremmo essere finché sarà. Le colonne sono tracce di un passato che è divenuto storia, sono anche la presenza degli dèi che hanno lasciato un mondo in cui l’uomo ha preferito l’afonia dei sensi e la conformità dei sentimenti all’unicità dell’anima. Nei dipinti si notano case che si raggruppano in castelli o castelli che sembrano case raggruppate, non c’è figura umana se non nei simboli o in parvenze allegoriche. Il fondo è quello della psiche, lo spazio è quello di Anima e la luce pervade gli oggetti, persino le ombre non denotano una sorgente luminosa, semplicemente definiscono la coscienza che è lo spazio è reale e la luce non è surreale ma mistica. È nelle ombre che Luca Dall’Olio dipinge la chiave di volta che conferma ed evidenzia le riflessioni descritte fino ad ora. Le ombre infatti, non attestano la presenza del sole, ma sono coscienza della luce che scaturisce dalla mente e dal cuore dell’uomo, è quella luminosità che si irradia dalla ragione dei sentimenti e chiarisce il tempo passato per ognuno perché possa essere migliore il tempo a venire. Quasi che con le ombre mistiche più che metafisiche di Luca Dall’Olio, si raggiunga felicemente la sintesi tra lo spazio in cui Giotto mise la manifestazione di Dio secondo la nuova teologia di Francesco d’Assisi, e l’universo tutto d’oro e luminoso dei pittori medievali per cui il Dio era manifestazione luminosa assoluta senza possibilità di avere ombra alcuna. In Luca l’ombra non è solo presenza di uno Spirito, né una evidente assenza di luce e quindi presenza di un demone come esprimevano Buoninsegna o Cimabue con l’aura dimensione in cui la negazione della ombra e la presenza di uno spazio dorato definiva in dogma l’emanazione di Dio per l’uomo. La luce che pervade le opere di quest’artista è la luce che scintilla in noi fin da bambini, non ha bisogno né di tempo, né di tempi, né di teorie, né di essere soddisfatta da bisogni primari, la luce che esprimiamo con la creatività. Una creatività che per gli artisti, è evidenza del vivere, per questo gli artisti non possono essere conformi a niente e a nessuno, per questo erano considerati “sovversivi”, gente da tener lontano perché si occupano di dipingere, scrivere poesie, e comporre brani musicali. Luca Dall’Olio non dovrebbe dipingere, né quelli pari a lui dovrebbero dipingere, scrivere poesie, comporre brani musicali, perché con questo modo di fare arte si permette di riscoprire quella luce che squarcia il buio del sonno e permette ancora di sognare. Ma a cosa può servire sognare, commuoversi e connettere il cuore con la mente in un mondo come questo in cui prevale l’afonia dei sensi? La filosofia estetica di Dall’Olio fa riconsiderare il nostro tempo e i nostri tempi, e svestire il nostro essere dalle nefandezze di un mondo mercantile che ci dona luci sfavillanti insieme a vuoti miti. Ci fa capaci di rompere i conformismi con la forza lieve e interiore delle emozioni e, come il primate dell’esperimento, attraverso la creatività riesce a prendere forza la ragione dei sentimenti e di questa si sente finalmente l’urlo o il canto e talvolta la sua scomoda presenza e si ha il coraggio di disobbedire a chi ci vuole muti, incolori e convenzionali. Artisti come Luca dall’Olio non dovrebbero fare arte perché fanno riscoprire più la vulnerabilità di chi non può essere conforme a nessun coro e a nessun gregge, più vulnerabile sì, ma magnificamente unici e capaci di vivere la vita. Luca ci dona il suono dell’anima e i colori dei ricordi, i nostri ricordi più belli.

LUCA DALL’OLIO – SIMONA CLEMENTONI

“La vida es sueño” affermava, nel 1635, Pedro Calderón de la Barca, l’ultima gran voce del Siglo de Oro spagnolo. La stessa profonda convinzione, ma sfociante in una visione esistenziale totalmente opposta, sostanzia il percorso pittorico di Luca Dall’Olio, cinquantunenne artista bresciano, diplomatosi all’Accademia di Belle Arti di Milano. Al pessimismo e allo scetticismo di impronta gesuitica del drammaturgo madrileno, che approda al senso della vanità dell’operare umano e alla rassegnazione, Dall’Olio oppone una visione ottimistica e progressista, in cui nessuna possibilità è preclusa all’uomo curioso e disposto all’introspezione. Non c’è mai rassegnazione nella sua visione. Se cercata, una via di salvezza esiste sempre. Allora io, nel più profondo rispetto di quanto hanno scritto di lui critici del calibro di Vittorio Sgarbi, Luciano Caprile o Gabriele Boni, ma prescindendo da essi, proverò ad avventurarmi nel suo mondo incantato, affidandomi solo agli indizi che l’artista dissemina qua e là come le briciole di Pollicino. I titoli, illuminanti, delle sue opere sono la prima chiave di volta del suo scrigno segreto. Confidando nel suo aiuto, afferro la mano che l’artista tacitamente mi tende e, fiduciosa, mi dispongo a seguirlo. Lo stupore è ciò che mi chiede, la capacità di liberare la mia anima dalla scorza indurita dalle consuetudini, dagli stereotipi, dalle convenzioni del vivere contemporaneo, frenetico, assordante ed accecante. Mi invita a librarmi in volo sulle ali delicate della fantasia e del sogno, a riscoprire la dimensione inconscia del mio essere, ad andare oltre il reale, al di là dei sensi. Ma la mia anima è sgomenta, il mio cuore timoroso oppone resistenza. Soffro di vertigini tentando di seguirlo, ma lui mi tiene le mani, mi sorregge più forte, mi guarda negli occhi e mi offre il rifugio confortante delle sue braccia. Rassicurata, ma con passo ancora incerto, varco la soglia, mi addentro nel suo mondo fatato e mi lascio avvolgere dalla magia. Il mio cuore si dilata, le emozioni fluiscono libere, senza limiti, i miei sensi ardono e il velo si squarcia permettendo finalmente ai miei occhi e al mio intelletto di vedere. È un momento epifanico, al di fuori del tempo e dello spazio. A fiato sospeso, rivedo i luoghi incontaminati dell’infanzia, quando sentivo di avere tutto e che tutto era possibile. Ardentemente desidero proseguire. Lo faccio in punta di piedi per non turbare quei “sovrumani silenzi” e quella “profondissima quiete” che mi infondono piaceri sconosciuti ed un senso di libertà assoluta. L’artista ora si discosta, lasciandomi sola nella mia progressiva discesa nei meandri dell’anima, alla riscoperta dei moti del cuore, delle pulsioni del desiderio, del fremito dei sensi. Ciò che vedo è un mondo diverso, ma in cui riconosco la realtà: quella bucolica ed idilliaca, fatta di sinuosi declivi collinari ricoperti da una lussureggiante vegetazione di pini marittimi, cipressi e palme. Il cielo, carico di colori, trapunto di stelle ardenti e riccioli splendenti, si riflette in placidi specchi d’acqua avvolti da una luce soffusa e suadente. È un mondo immoto, privo di qualsiasi traccia della presenza dell’uomo. Eppure una storia umana deve essersi consumata in quei lidi fatati. Lo testimoniano i sentieri che dolcemente ed armoniosamente si addentrano nella vegetazione; i grappoli di case dai tetti rossi che si elevano verso l’immensità della volta celeste e che, per essere prive di porte e finestre, sembrano aver imprigionato i loro abitanti all’interno; gli elementi architettonici dal sapore metafisico che si armonizzano col paesaggio. Si tratta di reperti archeologici di antiche civiltà, capitelli e colonne di templi greci, cupole orientaleggianti o castelli merlati di medievale memoria. Nostalgica eco di tempi andati in cui l’opera dell’uomo era ancora genuina, rispettosa della natura e della sua inviolabile bellezza; di quando la vita era a misura d’uomo e consentiva soste di serenità. Ora, invece, stordito da ogni sorta di inquinamento sonoro, alienato dal vorticoso vivere moderno, l’individuo, smarrite le emozioni, la capacità di stupirsi e di sognare, si perde nella ricerca di false verità. L’agognata felicità, come il Santo Graal degli antichi cavalieri, continua a sfuggirgli, eludendo le sue più intime aspirazioni. È qui, in questa fase di impasse, che si inserisce l’intervento salvifico dell’artista, con il suo accorato appello a raggiungerlo lì, in quei fantastici angoli di mondo dove possiamo colorare il cielo, il mare, le colline, le case, le torri e i castelli dei colori della nostra anima; dove possiamo vedere e credere ciò che vogliamo, perché la nostra interiorità non ha limiti né confini. Improvvisamente, mi accorgo di aver trovato la seconda chiave del suo scrigno: il sogno, linfa vitale per l’anima, la via per la salvezza. Il sogno, rifugio dalla vita comune, mi offre pause rasserenanti, angoli di paradiso terrestre sempre accessibili perché la loro genesi è dentro di me. Seguendo la via del cuore, riscopro il valore dell’essenziale e l’essenziale è ciò che basta. Questa la verità; questo l’inafferrabile Graal. L’artista, che discretamente mi aveva lasciata sola nel mio percorso introspettivo, delicatamente ricompare al mio fianco solo per confermare, con un sorriso, l’esattezza della mia scoperta. Con modi pacati e gentili, con la sua pittura fatta di colori caldi e passionali, di cromie sgargianti che traducono la forza dell’immaginazione e del sogno, con la sua figurazione a-prospettica, a metà tra il naturalistico e il surreale, Luca Dall’Olio mi ha guidata alla riscoperta del mio io più profondo; mi ha consentito di ritrovare la freschezza dello stupore infantile, la forza misteriosa dell’inconscio e il valore dell’immaginazione come valvola di deflusso delle tensioni quotidiane. Definirei la sua una pittura “dialogica” o “drammatica”, nel senso che l’assenza di figure umane nelle sue tele è compensata dalla presenza costante di un interlocutore privilegiato ma invisibile, segnalato da quel continuo rivolgersi ad un “tu” (Guardando insieme a te, Stavo pensando a te, Forse ti incontrerò, Qui nei tuoi sogni) nel quale mi sembra di cogliere una duplice valenza: se da un lato può verosimilmente essere una donna, la sua musa ispiratrice, dall’altro vorrei scorgerci un accorato interloquire dell’artista con il suo fruitore. Dapprima è il pittore che lo invita, lo incoraggia, lo motiva ad intraprendere il suo viaggio interiore (Ci saremo insieme,Andiamo insieme, Torno da te), poi è l’osservatore che, nella sua incertezza, cerca rassicurazione (Mi tieni ancora nelle tue mani, Sei qui vicino a me), anela ad un incontro (Forse ti incontrerò, Pochi minuti e ti vedrò) per poi esplodere nella gratitudine (Mi hai trovato, In sintonia con te, Qualcosa da dividere in due). Quel “qualcosa da dividere in due”, ciò che il fruitore condividerà con l’artista, se riuscirà ad incontrarlo, è il piacere di commuoversi e di stupirsi, la capacità di fantasticare ad occhi aperti, la certezza che la vita è un sogno continuo, la fiducia nella possibilità di un prossimo recupero dell’uomo e della civiltà, se solo saprà far tesoro degli insegnamenti del passato. Tutto avvenne domani, Il resto lo troverai domani. Nessuna dichiarazione potrebbe essere più esplicita di questi titoli. Come nella famosa immagine dei “nani sulle spalle dei giganti” di Francis Bacon, passato e presente si intersecano nel costruire il futuro. Noi, nani moderni, dovremmo avvantaggiarci dell’esperienza accumulata dai giganti del passato ed essere più lungimiranti. Dovremmo imparare ad «alternare…le esperienze che viviamo con tutte le illusioni possibili e i sogni straordinari». Per progredire, la civiltà deve credere che nulla sia irraggiungibile. Osservando la realtà con curiosità ed occhi disinibiti, filtrandola con la fantasia e l’immaginazione, persino l’Utopia diventa possibile.

LUCA DALL’OLIO – FLORIANO DE SANTI

Mi sento viaggiatore inesausto di ogni parte del mondo conosciuto e non, ha affermato in una sorta di poetica: un’esplorazione che mi spinge a cogliere nell’oggettività una specie di vita psichica. In effetti il suo lavoro vecchio e nuovo nasce attraverso una sorta di stratificazione in cui si avvicendano dense coltri di colore – rosa pallidi, violetti lavanda, verdi salvia, gialli dorati, bianchi cotone, rossi scarlatti e reperti materici di fragile e impalpabile consistenza, trasparenti nuances e fondi dorati, quasi a restituire un significato di un percorso empirico e fortemente connotato in senso psichico, che vive e si rigenera di sedimenti della memoria. Quando dipinge o disegna Dall’Olio non fa che porre argini all’infinito. Vi lascia cadere dentro immagini come pietre in un pozzo, sperando di colmarlo: taglia, suddivide, contrappone le superfici, sognando di limitarlo; e, se non può evitare di fronteggiarlo, lo riflette nel piccolo cerchio della luna o nel triangolo dei tetti o nel rettangolo delle finestre e delle porte, come l’arabesco leggero con cui nell’Estremo Oriente le Chinois au coeur limpide et fin circuiva sulla carta le stelle, gli alberi, i fiori e i pesci. Eppure l’artista sa bene che senza la malattia dell’infinito non potrebbe mai dipingere. Ha bisogno delle sensazioni, delle intuizioni, dei pensieri, delle associazioni, che sgorgano in lui da una fonte distante come la più remota Galassia. “Il sogno visionario non si forma che nel viaggio”. Non conosco definizione più illuminante di questa di Borges per intendere appieno la vocazione figurativa di Dall’Olio. Egli è un viaggiatore instancabile: attraversa pianure, colline, mari, isole, foreste: attraversa epoche storiche ed epoche artistiche: torna insaziabile a leggere Eraclito e il Tao-Te-Ching. In queste sterminate avventure rimangono impigliate ai suoi abiti e nelle sue bisacce, nei suoi cesti di cercatore di pepite d’oro, ogni sorta di ritagli, di immagini, di ricordi. Con tutti questi l’artista crea le sue opere, ora riproducendoli, ora rifiutandoli, ora modificandoli. Immerge il pennello nel vasto bacino della sua Koind espressiva, e con quella “lingua iridata” disegna un vecchio imperatore che sfoglia le inutili mappe del suo atlante, il riflesso delle perle in fondo al mare di Malabar, il francolino che sfugge felice dalla gabbia negli spazi del cielo. C’è una vera e propria poesia della metamorfosi nell’opera di Dall’Olio. Se il sogno di Borges uccide lo spazio e il tempo, quello del nostro artista sprofonda nella vertigine: moltissimi tempi e luoghi – Zoroastro ed Eraclito; Amon-Ra e Osiride; Quetzalcoatl, il “Serpente Piumato” e Montezuma; L’Alhambra di Granada e la Cattedrale di Chartres; Uxmal in Messico e il Tempio di Lingaraja in India; Carpaccio e Klee; Bruegel e Chagall – si confondono, si mescolano, si accavallano vorticosamente nell’istante di tempo, mentre attorno cambiano forma, si restringono, si allargano, turbinano muri invisibili. Se non chè quando il risveglio si avvicina, scopriamo che non esiste soltanto una metamorfosi del sogno, una memoria delle reveries ad occhi aperti, come quelle de “Le mille e una notte”, ma anche una metamorfosi dell’Es che apre porte inaspettate, dove per raggiungere un luogo, dobbiamo voltargli le spalle; dove per restare fermi, dobbiamo correre; dove per arrivare in un punto, dobbiamo averlo già superato; e il tempo corre all’indietro: prima il futuro, quindi il presente, infine il passato.