“L’INCANTO DELLE CORRISPONDENZE” – PAOLO CAPELLETTI

Uno scatto, un battito di ciglia, un’agile pennellata e ci troviamo inaspettatamente catapultati in un cosmo alieno eppure così familiare. Sussultiamo, nonostante l’operazione visiva che ci ha condotto qui è stata tutt’altro che violenta, un trionfo di delicatezza, invece. Giusto il tempo per recuperare il fiato e abbiamo già perso il tempo, di nuovo. Un’altro flash s’è già inserito, un’altra immagine è già venuta alla luce. Non ci resta che rassegnarci, i rimandi saranno numerosi, reiterati, reciproci e privi di soluzione di continuità: e allora tanto vale abbandonarsi, lasciarsi trascinare dalla potenza del visivo che si rende visibile, sempre di più, e partire all’avventura, quella del disvelamento.

Il velo è quello della fiaba. Sollevarlo significa entrare nel tunnel, come faceva Alice, con tutte le scarpe. Attraversato lo specchio, proprio quando avevamo accantonato il timore di perderci, eccoci là, ci siamo ritrovati. È davvero in un altro mondo – ci interroghiamo contemplativi – che siamo entrati? Oppure la faccenda è ben più complessa, e siamo benedetti dall’opportunità di assistere a un mondo che ancora non c’è?
Il migliore dei mondi possibili ha il peggiore dei difetti possibili: è finito. Ma questo, invece, è il mondo del possibile, il mondo del sogno, e quale carattere dovrebbe possedere se non quello dell’imperfezione continua, dell’apertura, dell’impossibilità di finire?

L’occhio non si ferma: da un quadro a una scultura, da un muro fotografato a un dettaglio dipinto, da un ferro trasformato a un paese incantato, i salti sono continui, armonici. E, insieme, sempre lanciati anche nella direzione opposta. Ci trasformiamo da viaggiatori in visitatori, poi in conoscenti e, infine, per curare queste nuove amicizie, diventiamo corrispondenti. Diamo noi stessi, stando qui davanti, pur di poter vedere, ancora, le immagini che risuonano e si richiamano. Corrispondiamo in cerca delle corrispondenze.

Il nostro occhio sarà stimolato dall’atto stesso del vedere, rendendosi conto della capacità del proprio sguardo di vagare, di perdersi, senza però sentirsi mai perduto ma, piuttosto, avvertendo di stare sempre trovando, scoprendo.

Il mondo che mondeggia è il miracolo della differenza che si fa – e si fa concretezza tangibile, visibile – sfruttando il tempo, piegandolo al proprio volere anziché adeguarsi al suo cinico battito. Ogni gesto artistico di Dall’Olio sembra una rivolta che, tuttavia, pur rispondendo a un impeto anarchico, scarta sapientemente il rischio di svuotarsi di senso e, invece, si crea, si replica, si produce. Per farlo, queste opere prendono il tempo, lo accartocciano, lo lasciano spiegazzato e lì, in quelle pieghe, in quei rivolgimenti, in quei drappeggi, che fino a un istante prima erano impossibili ma ora sono qui, sotto i nostri occhi, proprio lì, si diceva, esse individuano lo spazio che compete loro, e si generano, contro ogni pronostico, entrano in scena.

La nostra sorpresa è sempre la stessa, per intensità, e sempre inedita: lande immaginarie si fondono con la città. Segni pittorici forti ma delicati ci accompagnano docili sulla superficie di una fotografia. Ci accomodiamo lì e, miracolosamente, senza sforzo, corriamo anche più in là, fino alla prossima immagine, al prossimo momento insieme, proprio con il misterioso talento che pertiene agli amanti.

Godiamo, allora, di queste composizioni, che non ci impongono un pensiero o una visione ma – qualità ben più preziosa – ci stimolano a non accontentarci di un solo punto di vista, ad accoglierne molteplici, infiniti. I mondi di Dall’Olio sono inviti alla meraviglia, la qualità dell’universo che è insieme la più fantastica e la più realistica. Essi sono inviti a guardare, a toccare, a raccogliere; sono, insomma, deliziosi imperativi a lasciarci meravigliare dalle corrispondenze. E a corrispondere meraviglia.

Paolo Capelletti