“L’avventura Geo-Onirica delle storie invisibili nell’arte di Luca Dall’Olio” di Carmen De Stasio

Spesso si argomenta di un quadro ipercromatico secondo un’intelaiatura vibrante d’innocenza quasi infantile. Né gioco di bimbo, né infanzia stregata e convalescente, ma realtà che dissipa la geometria consueta per giungere a una dimensione atempica in uno spazio di struttura. Non segue un filo di logica legata alla concretezza: piuttosto, assume un’espressione di sintesi, la cui sceneggiatura si compone di tracce che conducono a qualcosa d’interrotto.

In tal senso posso interpretare la struttura metacromatica che definisce lo stile di Luca Dall’Olio: uno stile temprato da una visualità affatto corrispondente alla cattura estemporanea di una realtà totale o totalmente trasfigurata. No: piuttosto, è l’anfratto di una favola misteriosa alla quale l’intuizione dà forma, solidità e accuratezza, rigore e severità nell’inclinazione immaginativa delle rappresentazioni, intrise del tutto e che il tutto non tende a contenere, ma forgia, incanala e propone come un folle indovinello senza conclusioni e che spinge a stupirsi nel vivere vivendo.

Che Luca Dall’Olio ritenga un certo ordine è visibile dalle proporzioni delle sue opere d’estrazione tanto pittorica, scultorea, grafica e fotografica: simmetria e asimmetria sono situazioni imprescindibili, congegnate in modo da consentire la divagazione, continuando a contemplare la lettura individuale in un’eterogeneità che domina con l’annullamento delle limitazioni spazio-epocali e visualizza il tutto intenzionale senza correzioni o costrizioni visuali, sicché la panoramica si forgia incessantemente all’interno di cadenze che consegnano una dimensione onirica e quella terrestre in un’osmosi integrativa e mai dissuasiva. Per questo ritengo che l’operazione artistica compiuta da Luca Dall’Olio si disponga a clima di una nuova territorialità dissuasiva rispetto a fissità pletoriche di decorativismo.

In fondo, è proprio nell’arte cromatica che la pittura perde la propria funzione didascalica e favorisce il congiungimento tra simultaneità e riflessione attardata senza prospettive che siano messaggere di alcun volo altrove, poiché nel qui l’artista coniuga il suo altrove secondo personalissime tempeste iridate d’intelletto e fulgore creativo. Ed è sempre qui che le storie invisibili di Dall’Olio assumono immaginario e impegno intellettuale. Oltretutto, la trasfigurazione avviene non già secondo un drastico taglio dagli effetti dirompenti, sicché ciascuna grandezza conquista una precisa dimensione motivazionale e detto e non-detto vanno a corrispondere, alla maniera in cui la realtà che si vive fertilizza un ambiente non già diverso, né che contempli una presunta fuga, ma sia diversamente memorabile.

Mi piace definire la costruzione artistica di Luca Dall’Olio come dimora che accoglie i sogni e tutte le immaginabilità all’interno di un impianto culturale marcato fin nel dettaglio, capace di coniugare in sé matematica e geometria: la matematica dell’ordine e delle traiettorie e la geometria dello spazio calcolabile. E, in effetti, nulla che sia presentato rimanda ad alcunché di avatariano, ovverosia, virtuale in senso arealistico.

Al contrario, tutto è esistente, solo con una ripartizione di equilibri individuali. Insomma, è la diagnosi di una libertà che si costruisce continuamente e che per certi aspetti sembra ricomporre la decisività materica preraffaellita con le indomate fluenze vaporose di Turner, mantenendo il contatto con uno stile che rimanda a un latinismo garbato, pianificato e impregnato di una traccia morbida che consente, appunto, di pensare a una condizione di dimora, di accoglienza. Un’accoglienza prospettata nel disegno di personalissime storie invisibili, animate in un mondo che non sbiadisce, infine, come mai sbiadiscono i sogni e che, in più, avvolge in un’intonazione per gradi che vivacizza l’ambiente in una caratterizzazione tridimensionale, e dispone le immagini a esser specchi di intenzioni, così come avviene nell’ambito sculturale.

Invero, le sculture di Dall’Olio si rivelano veri e propri percorsi intenzionali, la cui abilità sintetica si ritrova nell’amalgama costruttivo di tutte le argomentazioni fino a raggiungere effetti di poesia. È un fatto che, in quanto duttile e dinamica, la poesia occupi un tempo progressivo. Orbene, anche nelle sculture di Dall’Olio è possibile leggere non segnali ma vere storie evolutive in un grafogramma dal valore esplicito se si acuisce la penetrabilità delle prospettive del pensiero.

Nulla di diverso da quanto paventato da Adorno, per il quale la prospettiva di semplicità, libera di riflettere la propria materia individuale, corrisponda alla maniera di agire del pensiero. E dunque, il mondo al quale Dall’Olio dà vita non è un rovesciamento della realtà, né un mondo a parte o canzonatorio. È il mondo che la mente dell’artista dell’incantamento manifesta con storie che si scrivono nel momento di realizzazione e si leggono nel momento in cui toccano lo sguardo e attraversano gli spazi condivisi, traducendoli in un’intensità immaginativa riconoscibile e parimenti irresistibile.

Nel nuovo spazio il movimento spinge e s’acquieta senza mai catapultarsi in veloci e scomposte artificiosità. È movimento impegnato, colto, anti-iconico e mai stanziale, in cui la parola è sul fronte di un mondo che non appartiene all’altrove, e nemmeno è mimesi caricaturale di sogni d’innocenza. Esso è, invece, significativa alterazione dei luoghi, che, nei colori improbabili, re-inventano la direzionalità. Ciò permette all’artista di realizzare un sillabario di limpidezza che convive in un’atmosfera complessa: a un tempo sofisticata, raffinata e birichina; mobile come un giuoco e nobile d’una saggezza trasparente in forme recuperate all’incanto di una purezza visuale densa.

Accanto agli spazi, dunque, Dall’Olio re-integra altresì un linguaggio che è sintesi estetica e transizione dalla realtà trasfigurata, agendo in una creatività che si materializza nell’opera, affinché questa si figuri quale occasione per condividere un territorio vivo nella sua tridimensionalità composta e composita di luoghi sovrasensibili, cromie coniugate in un tempo rinnovante e in una continua mediazione tra concretezza e avventura geo-onirica.

E un’avventura geo-onirica appare il paesaggio artistico: una storia tra le tante storie invisibili, che si narra attraverso il gesto e il colore, la profondità e l’ambiguità. Seria perché, pur traendo spunto dal gioco del sogno, non declina in prosaicità devastante e ordinaria. Realtà in sé vera e nitida, priva di soverchiamenti e artificiosità, rispondente a un personalissimo progetto. In questo modo la storia in narrazione artistica si destruttura fino a compiere in fasi successive un salto verso la riduzione formale e a lasciar trasparire l’essenza, il luogo del pensiero, sì che il pensiero stesso investa di valore la materia, ne renda docile la trasgressività, la scaltrezza e la brutalità d’esser invenzione, elevandola a nuova dignità al punto da apparire materia unica e ideale per quella rappresentazione e non altro.

Non entità eterna, ma entità-specchio della contemporaneità in tutte le sue dimensioni dinamiche, Dall’Olio ne scopre la capacità di incessante ringiovanimento adattativo.

Più integrativa che simbolica, quindi (in quanto non d’immediato richiamo, né totalmente chiusa in ermetismo che convenga ad altro estraneo a sé), l’arte di Dall’Olio sollecita una situazione variabile: attraverso luoghi riconoscibili – pur traslati dal reale concreto al reale onirico individuale –, prospetta luoghi conoscibili con la stessa trasfigurazione complessa di tutto quanto possa creare un linguaggio unico: irregolare rispetto a una visualizzazione speculare e speculativa, ma assai regolare rispetto alla misura incognita e anti-assoluta tanto dell’artista che del suo (inter)agire con il territorio (origine alla creazione) d’arte.

Di fatto, Dall’Olio sfida la regolamentazione consueta del luogo come contenitore e lo trasla in componente essenziale di una performance che continua, attraversa lo spazio e genera ambiente. Così, nel segnare la transizione da luogo espositivo a luogo d’arte, partendo da una cultura che dialoga con le precarietà del tempo post-rivoluzione industriale, le sue sculture configurano il non-luogo dei pensieri trasparenti nella compattezza di sagome antropo-geo-morfiche, mediante le quali ripristina la posizione archetipica del mondo e nelle quali resta l’essenzialità di linee e curve e solo esse bastano a costruire una storia mutevole di unione e vita.

In tal senso, l’azione artistica del Maestro è traccia mediale nella cui orbita si riscontra anche l’artista stesso. Ma non solo lui. Potrei altresì parlare di iconismo linguistico come sistema mediante il quale Dall’Olio attraversa l’oggetto ordinario e successivamente lo manipola  perché la sua opera sia in grado di esprimerne una particolare, sublimale, prospettica completezza, comprensiva di tutti i sistemi in simultaneità a dar ragione di un’arte efficace, specifica.

Vero è che questo potrebbe valere equamente per qualsiasi intervento dall’esterno sulla materia che in sé sia segno originale, inventivo. Ma è altresì in questo la transizione tra ciò che serve e ciò che l’arte è, poiché, attraverso procedimenti di osservazione, indagine, traduzione e costruzione, l’arte recupera la comunicazione simbolica della realtà presente nella visibilità o nella dimensione non-vista. È traiettoria molto più che finalizzata a uno scopo. Per certi aspetti, è proprio la deformazione della materia a garantire la libertà d’immaginazione e la sua realtà immaginaria, flessa in un’identità al contempo personale e oggettiva: personale perché corrispondente agli eventi privati, agli incontri, a uno stile che si evolve e garantisce unicità senza il sopravvento dell’iconismo identitario e chiuso.

Vi e più oggettiva nell’identità che converge in luoghi sconosciuti di altri individui, che potranno partecipare con sapienza a una visualizzazione dinamica dal carattere ultra-epocale.

Di fatto, con Dall’Olio il carattere epocale si dissocia in relazione al tipo di espressione: ciascun luogo d’arte appare una sorta di scenografia che s’interseca con la sceneggiatura per poi calibrarsi in un montaggio e in un processo d’integrazione-sottrazione. Ciò avviene soprattutto nell’ambito sculturale, in cui a prevalere è il materiale industriale, la plastica, il poliuretano, che l’artista ingentilisce conferendo la mobilità e la durevolezza di un’arte che riproduce la diacronia come carattere dell’esistere. Non già introdotto come tratto polemico alla società dei consumi, l’artista si volge all’uso di un linguaggio captativo, consapevole. Nello sperimentare continuo di temi e materiali, strumenti e sistemi gnomici per rendere a sé rispondente la sua traccia artistica, Dall’Olio inventa l’incantamento in una trasversalità in costante dissuasione di un site specific e, alla maniera di un Isgrò, prosegue nella cancellatura successiva di dettagli perché emerga una presenza esiziale di essenze.

Di pari segnali si tinge la sua esplorazione fotografica: ponte tra il progetto di sottrazione in scultura e l’assemblaggio complesso in pittura. Qui il particolare veicola la pienezza di comportamenti successivi. E così la fotografia segna una propria traccia; anziché suscitare suggestioni, è essa stessa suggestione e manifestazione finale (ma non conclusiva) di un procedimento intuitivo che si piega all’abilità dell’individuo-artista di essere a un tempo facitore, osservatore e fruitore. Per ciò detto, il linguaggio artistico fotografico scarta qualsiasi formula definitiva e assume un atteggiamento calibrato verso il suo oggetto, che tale diventa nel momento in cui l’artista ne è catturato e non per bellezza effimera, quanto per intrinseche dinamiche che lo liberano dalle catene della strumentalizzazione di massa funzionalistica e aprono a un tracciato di valorialità estetica.

Carmen De Stasio