LA CITTÀ – CARLO VANONI

Mi sono sempre chiesto se la città, una qualsiasi città, con le sue architetture, le vie del centro, i monumenti, ecc., possa diventare un luogo in grado di regalarci stupore e al contempo accoglienza. Possiamo, attraverso il nostro sguardo, farla diventare un nostro “spazio vitale”? Il nomadismo (nella forma del camminare, del passeggiare) non potrebbe essere il mezzo ideale per raggiungere questo obiettivo? Una citazione di Pasolini: “Mosca e’ un’immensa Garbatella” mi dava lo spunto per alcune riflessioni. La città, mi dicevo, potrebbe essere vista come una sorta di ipertesto ( “La città e’ un luogo nel quale, cercando una cosa, se ne può trovare un’altra”), un luogo non virtuale dove al posto di “navigare” si cammina (“Nel corso della mia vita ho incontrato non più di una o due persone che comprendessero l’arte del Camminare, ossia di fare passeggiate”); uno spazio vitale nel momento in cui la si osserva con “l’occhio libero”. Camminare dunque, non per arrivare a destinazione, ma per il gusto di farlo, per il gusto di scoprire angoli mai visti. La letteratura, di questi “vagabondi urbani”, ne ha fatto una figura tipica: il flaneur. Il flaneur compare per la prima volta a metà del secolo XIX a Parigi. E’ il passante, una sorta di incrocio tra il bohème e il vagabondo, che cammina senza meta per le strade della città, fermandosi ogni tanto a guardare. Nel suo ruolo di osservatore il flaneur stabilisce una relazione particolare con la città, abitandola come se fosse la propria casa. Il suo percorso non coincide con il resto della moltitudine; quello che per il passante e’ un cammino predeterminato – il percorso del mercato, direbbe Walter Benjamin – per lui e’ un labirinto che cambia forma ad ogni passo: si lascia guidare dal colore di una facciata e dall’ inquietante uniformità di alcune finestre, lo sguardo di una mulatta. Baudelaire vede nel flaneur l’archetipo dell’artista moderno (che doveva avere “qualcosa del flaneur, qualcosa del dandy e qualcosa del bambino”), l’unico capace di rappresentare la liquidità della vita moderna. E’ con lo sguardo del flaneur che Luca dall’Olio fotografa i muri del mondo. Cammina con la macchina fotografica e coglie frammenti di architetture, porzioni di mondo che nessuna guida turistica si metterebbe mai a spiegare alla comitiva di turno, muri scrostati e facciate di case dai colori pastello, intonaci, davanzali. Si mette in posa e li ritrae. Studiando le luci aggiusta le ombre. La fotografia non e’ più medium per testimoniare eventi ma diviene tavolozza per costruire nuovi mondi (Jeff Wall), ambienti inesistenti (Thomas Demand), musei visti dagli occhi della gente (Thomas Struth), enormi supermercati (Andreas Gursky) e librerie lucenti (Candida Hoefer). La fotografia di Luca dall’Olio si nutre di quello che ognuno di noi ha sotto gli occhi quotidianamente, da Helsinki a Lisbona, dal Brasile alla provincia di Brescia, ma che spesso non siamo capaci di cogliere perché non c’è cartello stradale che ce lo indichi. L’obiettivo ha dunque funzione di “indicatore di bellezza” affinchè lei, la bellezza, la si possa trovare ovunque e sotto aspetti diversi da quelli confezionati. Saper guardare per nutrirci di bellezza. Per cercare la poesia nel quotidiano. Per vivere meglio. Ecco che la preda nel mirino diviene l’ambiente in cui ci troviamo, quelle tracce che il tempo o la mano dell’uomo hanno posato sui muri. Camminare. Osservare. Emozionarsi. Luca dall’Olio da pittore di sogni che crea paesaggi fantastici, a fotografo di realtà, per indicarci che il sogno e’ nelle città in cui abitiamo. Cambia il medium, ma il sogno continua.