di Gabriele Boni

Intervista a Luca Dall'Olio

Arriva in perfetto orario, cammina fiero e divertito. Ti riconosce e ti chiama da lontano, ti prende sottobraccio e ti porta a bere un caffè in un elegante bar del centro. Qualcuno lo saluta e lui dispensa cordialità. Intanto parla, chiacchiera, racconta. Non di arte però: di vita quotidiana, di pranzi pantagruelici, del suo preferire città piccole e a misura d’uomo rispetto alle grandi metropoli divoratrici di anime. Poi si va di filata nella sua casa/studio. E’ tutto curato e ben arredato, i giocattoli sparsi in un angolo dal suo secondogenito sembrano quasi far parte di un disordine studiato. Le stanze sono grandi e luminose, le finestre imponenti cornici di una vista mozzafiato. Ti invita a sedere indicando le sedie che circondano il tavolo della sua cucina a vista, il suo sorridere diventa contagioso. La scaletta delle domande sembra quasi vaporizzarsi, scappare via imbarazzata di fronte a tanto quieto vivere. Si inizia a parlare liberamente, senza vincoli né forzature: quello che dice l’artista va bene. Al massimo puoi introdurre un argomento ma interromperlo o guidarlo verso un percorso sembra un delitto nei confronti della sua voglia si spiegarsi. Così l’intervista canonica se ne va a quel paese, il tutto diventa un rimanere ammaliati da un turbine di parole entusiasmanti. D’altronde Luca Dall’Olio è fatto così, è giovane e genuino, ama la libertà ed esecra senza appello il far nulla, quasi fosse il male del secolo. Ha bisogno di riflettere e di non vegetare nell’ozio, cerca di continuo spunti creativi, colti, carichi di significato. Come in ogni casa d’artista che si rispetti i quadri sono dappertutto, saltano all’occhio uno per uno come se si esibissero con vanità. Nel salotto ci sono quelli appesi in bella vista, se butti lo sguardo un po’ più in là, invece, trovi gli attrezzi del mestiere: cavalletti, colori, pennelli, opere in stato nascente insieme ad altre che hanno già girato il mondo e fatto parlare di sé.

Sono bombardato da rara bellezza, i raggi di sole entrano discretamente nella stanza e rimbalzano su ogni cosa li rifletta creando una magica ragnatela di luci e colori. Dovrebbe scattare la prima domanda, invece è subito lui a prendere la parola: «Quando una persona osserva un mio quadro è come se accettasse il mio invito di calarsi in un mondo incantato - spiega -. E per arrivare in questo mondo c’è solo una via da percorrere, una soltanto: il sogno. Oltre alla razionalità, al pensiero e al credo c’è proprio il sogno a forgiare l’essenza di noi stessi. Prova a immaginare la vita senza: ci sarebbe solo tristezza e piattume, un grigio incredibile e spaventoso che senza pietà castra l’immaginazione. Quello che voglio fare dipingendo non è altro che dare la possibilità di entrare nel mio mondo, di far attraversare le strade e le colline che io stesso creo. E la cosa affascinante è che la persona che decide di immergersi in un mio quadro non farà il mio stesso percorso, bensì quello che gli suggerirà il suo animo: passeggerà tra piccoli borghi, castelli, fari, lune, stelle, spiaggia e alberi in assoluta libertà. Fare iniziare a qualcuno questo viaggio è il compito che mi propongo e che mi inorgoglisce. Riscoprire noi stessi partendo proprio dal nostro interno per poi affrontare serenamente il quotidiano, con una forza diversa, consapevoli di poter migliorare le cose». Silenzio. Sgomento. Fierezza di essere lì in sua compagnia. Sono di fronte a una persona profonda e sensibile che analizza le cose a fondo, vuole capirle e spiegarle. I suoi paesaggi e i suoi personaggi vanno oltre la razionalità per stabilizzarsi in una terra di mezzo, quasi utopistica. Ma cosa è per lui l’utopia? Glielo chiedo sicuro di non ricevere una risposta banale. So che mi risponderà dicendo qualcosa di stupefacente, e infatti: «Ti sembrerà strano ma per me è un qualcosa a cui paradossalmente si può arrivare. Il mio è quasi un combattere con lo stesso significato del termine: voglio pensare che l’utopia non sia … utopistica. Nutro la segreta speranza di potere arrivare a tutto ed è proprio da questo che deriva dalla mia visione generale ottimistica e positiva. E non credo che il positivo debba andare per forza a braccetto con la gradevolezza, anche un’esperienza orrenda alla lunga può formarti e forgiare il tuo Io. La vita è un crescere continuo, sono queste le fondamenta dell’animo umano. E’ questo il mio modo di pormi col mondo, di giudicare e farmi giudicare, di rendere pubbliche le mie idee tramite i colori e le pennellate».
Sembra quasi un fare arte che tende al filosofeggiante, al riflettere e al far riflettere.
Non per fare retorica ma non credo affatto che la filosofia sia una qualcosa che debba rimanere nei ghetti, nelle sale per pochi eletti. E’ piuttosto un qualcosa che è insito all’interno di noi stessi, un continuo curiosare e chiedersi perché. E io cerco di farlo cercando un continuo confronto: tra me e il quadro e tra il quadro e il suo fruitore. E’ uno scambio di idee, di emozioni. Un input volto alla riflessione costante che porta all’introspezione. Non credo nella filosofia come un’arte fine a sé stessa, piuttosto nasconde l’arduo lavoro di stimolare le nostre menti, il nostro essere.

Un modo di pensare che cozza un po’ con l’insulsa frenesia della vita odierna. Immagini te stesso in un’altra epoca?
Avrei voluto nascere nell’anno zero e guardare con i mie occhi tutto quanto è successo, assistere all’affascinante storia del mondo. Dico questo perché dentro di me vive una curiosità continua, che non si ferma mai. Senza curiosità non saremmo arrivati nemmeno all’età del ferro, non avremmo scoperto la ruota. Saremmo degli automi, tutti uguali, con lo stesso modo di pensare e di agire, saremmo ancora fermi al principio dell’evoluzione.

Nella nuova società quindi ci si rifugia nell’immaginazione.
Quando è iniziato il sogno?

E’ nato con me, mi ha accompagnato sin da piccolo. Studiavo ragioneria, era evidente che non faceva per me: stare lì chino sulla scrivania a far conti mi stressava, così sui fogli disegnavo per poi viaggiare con la mente. Tutto il contrario di quanto si possa chiedere a un ragioniere! Ho capito che la mia vita non sarebbe potuta essere quella, avevo bisogno di libertà, di guardare le cose cercando di coglierle negli aspetti più particolari. Mi è venuto naturale continuare con ostinazione a percorrere questa strada, come se avessi dentro un fuoco che sentivo il bisogno di esternare. Senza contare che avendo un padre che ama la poesia è tutto venuto più facile, quasi naturale. Papà usa le parole e io le immagini, facciamo uso di mezzi diversi per giungere a un punto di arrivo comune. Un rapporto stretto e profondo quello con mio padre. Ha sempre avuto la passione per la scrittura, poi una dozzina di anni fa è arrivato questo exploit letterario che non lo ha più fermato. C’è tantissimo di lui in me, è stato un modello che ha influenzato il mio essere in maniera strutturale. Giocoforza le persone e gli ambienti che frequenti vanno quasi a costruirti pezzo per pezzo, lasciandoti quasi impotente mentre lo fanno. Io non riesco a scrivere come lui, non me la sento, so che non è quella la mia forma di espressione principale. E’ con la pittura che sento di poter riuscire a dare la possibilità ai coloro che mi guardano di entrare nel loro profondo essere, di uscire dagli schemi e di migliorarsi sfruttando le immense e nascoste ricchezze che vivono dentro di noi. Il mio progetto di prendere per mano queste persone e condurle in questo viaggio è sicuramente ambizioso, forse anche troppo, ma di certo stimolante.

E’ questo allora il ruolo dell’artista, oggi così come in passato.
L’artista fin dalla notte dei tempi ha avuto un ruolo particolare che sfocia nel sociale così come nel politico, nel senso che bene o male con i propri messaggi non fa altro che sottolineare il proprio modo di cogliere il tempo in cui vive. Un rappresentare la società con i suoi usi e vizi, abitudini ed emozioni che verranno iconizzate e tramandate ai posteri che le conosceranno e le vivranno. Fino ad arrivare ai giorni nostri in cui pensa, si migliora e si mette in discussione mettendo a sua volta alla berlina vizi e virtù della società e della politica.

Dall’ Olio in viaggio per il mondo.
Ho avuto la fortuna di visitare parecchi luoghi, ho raccolto esperienze su esperienze. Toccando con le mie mani la miseria, la sofferenza e la voglia di vivere della gente che soffre. Ho visto un po’ tutto: America, Africa, Asia. Paesi e culture profondamente diverse che mi hanno lasciato dentro qualcosa di importante.
Analizziamo le località che più ti hanno lasciato qualcosa: Turchia. Era l’inizio degli anni ’90. Esponevo a Istanbul. C’erano delle scolaresche che passando di lì rimanevano colpite dai miei quadri: quindi si fermavano, prendevano il blocco da disegno e copiavano con interesse. Era la dimostrazione che ero riuscito a creare un qualcosa che riusciva a unirci nonostante l’abisso che c’è tra le due culture. Sudamerica. Le popolazioni latine sono molto più vicine a noi in quanto a cultura. Ti senti più vicino a casa, le abitudini e gli stili di vita sono molto simili. Sono molto influenzati dal colore, colori sgargianti che fanno trasparire la loro immensa gioia di vivere. Cina. Un paese particolare, è un’ amalgama tra fascino e tristezza. Sembra quasi che il regime gli abbia levato la possibilità di pensare e sognare. Manca in loro quella curiosità vitale. Sembra quasi un mondo finto, con la maggior parte delle persone che sono rimaste prive di emozioni e idee. Un triste vivere nella rassegnazione. India. Sono poverissimi dal punto di vista economico ma splendidi nell’ animo. E’ un continuo vivere nel sorriso, avvolto da questo credo ideologico che li guida e li assiste. Poi hanno la fortuna di vivere immersi in una natura unica, con dei colori meravigliosi.

Cosa è il colore?
Il colore è semplicemente tutto. Vive in questo eterno conflitto tra bianco e nero che sfocia poi in una costante armonia. Nel dettaglio amo i colori accesi, pieni di vita. Ho anche dipinto qualcosa in toni scuri, ma in quei quadri introduco comunque una via di fuga lucente, chiara, pimpante. Una possibilità di cercare un’ alternativa, di sfuggire dal negativo. Non c’è mai rassegnazione, bisogna sempre cercare la salvezza. E’ un sentimento che si può vedere. La forza dell’immaginazione e del sogno si traduce in un’ energia cromatica, in una contrastata vivacità che ancor di più mette a fuoco la distanza che caratterizza il fantastico e il reale.

C’è gelosia nei confronti delle tue opere?
Solo l’idea di doverle abbandonare mi fa venire un nodo in gola. Poi però mi riprendo quando vedo che sono appese a un muro da chi le apprezza. Tempo fa feci una esposizione a Portorico, mi invitarono a una festa e nel presentarmi mi riconobbero: avevano dei lavori miei. C’era una mia testimonianza dall’altra parte del mondo e questo non poteva non annientare ogni forma di possesso e gelosia. Quando vado a casa di gente che ha quadri miei, vedo e ricordo le esperienze passate. Mi ricordo quando l’ho fatto, gli stati d’animo che avevo in quel momento, quello che ero e che sono diventato. E’ come se un pezzo del mio passato vivesse lì a ricordarmi chi sono stato e cosa ho fatto dopo.

Vedere i propri quadri presentati in televisione deve avere un effetto particolare per chi li crea.
Mi piace vederli lì in bella mostra. E poi quando li confermano è una sensazione unica. Finchè le persone vengono da me a congratularsi del mio lavoro non saprò mai fino a che punto ne sono veramente soddisfatti. Quando spendono dei soldi per averli ho la sicurezza cjhe sono state sincere. Vuol dire che sono riuscito veramente e penetrare nei loro animi, a suscitare il loro emozioni. Spendono dei soldi per avere qualcosa di mio, è fantastico. Non per il fattore economico in sé, ben inteso, ma perché fanno un sacrificio pur di avere qualcosa di mio. E’ la più grande gratificazione che si può dare a un pittore. Chi lo ha comprato lo sente davvero, trova delle vibrazioni, delle sensazioni. Ho sicurezza che quel quadro riceverà attenzioni in quanto oggetto emozionale.

E il rapporto con la tv in generale com’è?
Difficile, tormentato. E’ un oggetto fascinoso ma allo stesso tempo inquietante: ho paura a tuffarmi a capofitto sulla televisione. Mi va bene guardarla per soddisfare le curiosità, ho il terrore però che ciò possa farmi diventare un “animale da divano” che vive in stato vegetativo. Come se ti bloccasse il pensiero e ti portasse via con la mente, lasciandoti abbandonato e inerme in balìa di lei, tra le sue mani manipolatrici. Decisamente non fa per me, io odio l’inettitudine e il far nulla: è vita sprecata. Quindi ho sempre qualcosa da fare, mi alzo presto al mattino e mi godo tutto quanto una singola giornata mi può offrire.

C’è un posto preciso per dipingere? Come funziona? Si dipinge dappertutto o solamente in studio?
Dipingo in studio ma è ovvio che gli spunti li prendo fuori. Giro il mondo, ricevo emozioni e me le dipingo mentalmente. Quando una cosa ti colpisce con impeto non la dimentichi più, potrai quindi rappresentarla in un secondo momento. Nel frattempo rimarrà lì in un cassetto della tua mente aspettando di essere forgiata. E’ come se fossero fotografie di ricordi che mi entrano nel cuore per poi venire veicolati al cervello.

E da lì nascono i paesaggi incantati.
Paesaggi lontani e vicini allo stesso tempo, mete ideali per le nostre
coscienze. Mi piace dipingere il bucolico accostato all’opera dell’uomo,
quella ancora genuina però: l’architettura sana che imperversava in
altri tempi e che ora non c’è più.
Poi si arriva a una città ideale all’interno di un paese delle meraviglie:
paesi a misura d’uomo con costruzioni d’altri tempi, personaggi che
conducono una vita di altri tempi. Probabilmente è una forma di
nostalgia nei confronti della vita passata, del medioevo soprattutto.
Sono spunti per immaginare e pensare.

Freud diceva le nuove tecnologie hanno regredito l’uomo: mettendo sui piatti di una bilancia gli effetti positivi e negativi portati dal progresso i secondi saranno dominanti.
No non sono così apocalittico, soprattutto perché confido vivamente in un prossimo recupero dell’uomo e più in generale della civiltà. Quello attuale non è di certo il massimo dello splendore dell’attività umana, c’è un forte bisogno di rendersi conto di quanto è stato fatto e fermarsi un attimo a pensarci su. Da molti punti di vista la nostra vita è migliorata di gran lunga , soprattutto dal punto di vista della comodità. Ora però bisogna fare un passo indietro, tornare all’individualità e ai sentimenti. Va benissimo la tecnologia, per carità, ma non deve oscurare i valori e le emozioni.

La pittura del sogno: è uno step o un punto di arrivo?
E’ un intermezzo. La mia pittura ha passato molti momenti, si è evoluta parecchio. Sono sempre riuscito a esprimermi in modo diverso. Notti, lune, stelle sono quasi dei pretesti per invitare al concetto di sogno. E’ un mondo possibile che ci creiamo su misura con la maestria di un sarto. Serve per darci un attimo di calma, farci fermare un attimo e stimolare il pensiero. Credo solo nei punti di partenza, mai in quelli di arrivo. Sento l’impellente necessità di andare sempre oltre, di un continuo rinnovarmi. Mai fossilizzarsi su un’idea: vuol dire smettere di pensare e creare, di sognare e immaginare. Bisogna imparare a conoscersi e bandire la noia, si deve sempre pensare, cancellare i momenti morti. Basta vedere le cose in modo diverso, alimentate da una buona dose di fantasia, e qualunque cosa diventa possibile.

E poi si alza di scatto dalla poltrona, si dirige di nuovo nella cucina che in precedenza avevamo lasciato per andare a vedere più da vicino le sue opere. Nel frattempo è arrivato il suo bimbo che lo guarda con i suoi occhioni azzurri e vispi. Da buon papà affettuoso lo prende in braccio e gli fa le boccacce, lo rimette sul seggiolone e ci gioca con amore. Intanto il the è pronto in tavola, una festa di colori e sapori, di armonia e serenità. Si ricomincia a chiacchierare del più e del meno, basta parlare di arte, della sua arte. Ora è il momento di dedicarsi alla famiglia e alla casa, si torna al dolce vivere quotidiano.