LUCA DALL’OLIO – SIMONA CLEMENTONI

“La vida es sueño” affermava, nel 1635, Pedro Calderón de la Barca, l’ultima gran voce del Siglo de Oro spagnolo. La stessa profonda convinzione, ma sfociante in una visione esistenziale totalmente opposta, sostanzia il percorso pittorico di Luca Dall’Olio, cinquantunenne artista bresciano, diplomatosi all’Accademia di Belle Arti di Milano. Al pessimismo e allo scetticismo di impronta gesuitica del drammaturgo madrileno, che approda al senso della vanità dell’operare umano e alla rassegnazione, Dall’Olio oppone una visione ottimistica e progressista, in cui nessuna possibilità è preclusa all’uomo curioso e disposto all’introspezione. Non c’è mai rassegnazione nella sua visione. Se cercata, una via di salvezza esiste sempre. Allora io, nel più profondo rispetto di quanto hanno scritto di lui critici del calibro di Vittorio Sgarbi, Luciano Caprile o Gabriele Boni, ma prescindendo da essi, proverò ad avventurarmi nel suo mondo incantato, affidandomi solo agli indizi che l’artista dissemina qua e là come le briciole di Pollicino. I titoli, illuminanti, delle sue opere sono la prima chiave di volta del suo scrigno segreto. Confidando nel suo aiuto, afferro la mano che l’artista tacitamente mi tende e, fiduciosa, mi dispongo a seguirlo. Lo stupore è ciò che mi chiede, la capacità di liberare la mia anima dalla scorza indurita dalle consuetudini, dagli stereotipi, dalle convenzioni del vivere contemporaneo, frenetico, assordante ed accecante. Mi invita a librarmi in volo sulle ali delicate della fantasia e del sogno, a riscoprire la dimensione inconscia del mio essere, ad andare oltre il reale, al di là dei sensi. Ma la mia anima è sgomenta, il mio cuore timoroso oppone resistenza. Soffro di vertigini tentando di seguirlo, ma lui mi tiene le mani, mi sorregge più forte, mi guarda negli occhi e mi offre il rifugio confortante delle sue braccia. Rassicurata, ma con passo ancora incerto, varco la soglia, mi addentro nel suo mondo fatato e mi lascio avvolgere dalla magia. Il mio cuore si dilata, le emozioni fluiscono libere, senza limiti, i miei sensi ardono e il velo si squarcia permettendo finalmente ai miei occhi e al mio intelletto di vedere. È un momento epifanico, al di fuori del tempo e dello spazio. A fiato sospeso, rivedo i luoghi incontaminati dell’infanzia, quando sentivo di avere tutto e che tutto era possibile. Ardentemente desidero proseguire. Lo faccio in punta di piedi per non turbare quei “sovrumani silenzi” e quella “profondissima quiete” che mi infondono piaceri sconosciuti ed un senso di libertà assoluta. L’artista ora si discosta, lasciandomi sola nella mia progressiva discesa nei meandri dell’anima, alla riscoperta dei moti del cuore, delle pulsioni del desiderio, del fremito dei sensi. Ciò che vedo è un mondo diverso, ma in cui riconosco la realtà: quella bucolica ed idilliaca, fatta di sinuosi declivi collinari ricoperti da una lussureggiante vegetazione di pini marittimi, cipressi e palme. Il cielo, carico di colori, trapunto di stelle ardenti e riccioli splendenti, si riflette in placidi specchi d’acqua avvolti da una luce soffusa e suadente. È un mondo immoto, privo di qualsiasi traccia della presenza dell’uomo. Eppure una storia umana deve essersi consumata in quei lidi fatati. Lo testimoniano i sentieri che dolcemente ed armoniosamente si addentrano nella vegetazione; i grappoli di case dai tetti rossi che si elevano verso l’immensità della volta celeste e che, per essere prive di porte e finestre, sembrano aver imprigionato i loro abitanti all’interno; gli elementi architettonici dal sapore metafisico che si armonizzano col paesaggio. Si tratta di reperti archeologici di antiche civiltà, capitelli e colonne di templi greci, cupole orientaleggianti o castelli merlati di medievale memoria. Nostalgica eco di tempi andati in cui l’opera dell’uomo era ancora genuina, rispettosa della natura e della sua inviolabile bellezza; di quando la vita era a misura d’uomo e consentiva soste di serenità. Ora, invece, stordito da ogni sorta di inquinamento sonoro, alienato dal vorticoso vivere moderno, l’individuo, smarrite le emozioni, la capacità di stupirsi e di sognare, si perde nella ricerca di false verità. L’agognata felicità, come il Santo Graal degli antichi cavalieri, continua a sfuggirgli, eludendo le sue più intime aspirazioni. È qui, in questa fase di impasse, che si inserisce l’intervento salvifico dell’artista, con il suo accorato appello a raggiungerlo lì, in quei fantastici angoli di mondo dove possiamo colorare il cielo, il mare, le colline, le case, le torri e i castelli dei colori della nostra anima; dove possiamo vedere e credere ciò che vogliamo, perché la nostra interiorità non ha limiti né confini. Improvvisamente, mi accorgo di aver trovato la seconda chiave del suo scrigno: il sogno, linfa vitale per l’anima, la via per la salvezza. Il sogno, rifugio dalla vita comune, mi offre pause rasserenanti, angoli di paradiso terrestre sempre accessibili perché la loro genesi è dentro di me. Seguendo la via del cuore, riscopro il valore dell’essenziale e l’essenziale è ciò che basta. Questa la verità; questo l’inafferrabile Graal. L’artista, che discretamente mi aveva lasciata sola nel mio percorso introspettivo, delicatamente ricompare al mio fianco solo per confermare, con un sorriso, l’esattezza della mia scoperta. Con modi pacati e gentili, con la sua pittura fatta di colori caldi e passionali, di cromie sgargianti che traducono la forza dell’immaginazione e del sogno, con la sua figurazione a-prospettica, a metà tra il naturalistico e il surreale, Luca Dall’Olio mi ha guidata alla riscoperta del mio io più profondo; mi ha consentito di ritrovare la freschezza dello stupore infantile, la forza misteriosa dell’inconscio e il valore dell’immaginazione come valvola di deflusso delle tensioni quotidiane. Definirei la sua una pittura “dialogica” o “drammatica”, nel senso che l’assenza di figure umane nelle sue tele è compensata dalla presenza costante di un interlocutore privilegiato ma invisibile, segnalato da quel continuo rivolgersi ad un “tu” (Guardando insieme a te, Stavo pensando a te, Forse ti incontrerò, Qui nei tuoi sogni) nel quale mi sembra di cogliere una duplice valenza: se da un lato può verosimilmente essere una donna, la sua musa ispiratrice, dall’altro vorrei scorgerci un accorato interloquire dell’artista con il suo fruitore. Dapprima è il pittore che lo invita, lo incoraggia, lo motiva ad intraprendere il suo viaggio interiore (Ci saremo insieme,Andiamo insieme, Torno da te), poi è l’osservatore che, nella sua incertezza, cerca rassicurazione (Mi tieni ancora nelle tue mani, Sei qui vicino a me), anela ad un incontro (Forse ti incontrerò, Pochi minuti e ti vedrò) per poi esplodere nella gratitudine (Mi hai trovato, In sintonia con te, Qualcosa da dividere in due). Quel “qualcosa da dividere in due”, ciò che il fruitore condividerà con l’artista, se riuscirà ad incontrarlo, è il piacere di commuoversi e di stupirsi, la capacità di fantasticare ad occhi aperti, la certezza che la vita è un sogno continuo, la fiducia nella possibilità di un prossimo recupero dell’uomo e della civiltà, se solo saprà far tesoro degli insegnamenti del passato. Tutto avvenne domani, Il resto lo troverai domani. Nessuna dichiarazione potrebbe essere più esplicita di questi titoli. Come nella famosa immagine dei “nani sulle spalle dei giganti” di Francis Bacon, passato e presente si intersecano nel costruire il futuro. Noi, nani moderni, dovremmo avvantaggiarci dell’esperienza accumulata dai giganti del passato ed essere più lungimiranti. Dovremmo imparare ad «alternare…le esperienze che viviamo con tutte le illusioni possibili e i sogni straordinari». Per progredire, la civiltà deve credere che nulla sia irraggiungibile. Osservando la realtà con curiosità ed occhi disinibiti, filtrandola con la fantasia e l’immaginazione, persino l’Utopia diventa possibile.