LUCA DALL’OLIO – FLORIANO DE SANTI

Mi sento viaggiatore inesausto di ogni parte del mondo conosciuto e non, ha affermato in una sorta di poetica: un’esplorazione che mi spinge a cogliere nell’oggettività una specie di vita psichica. In effetti il suo lavoro vecchio e nuovo nasce attraverso una sorta di stratificazione in cui si avvicendano dense coltri di colore – rosa pallidi, violetti lavanda, verdi salvia, gialli dorati, bianchi cotone, rossi scarlatti e reperti materici di fragile e impalpabile consistenza, trasparenti nuances e fondi dorati, quasi a restituire un significato di un percorso empirico e fortemente connotato in senso psichico, che vive e si rigenera di sedimenti della memoria. Quando dipinge o disegna Dall’Olio non fa che porre argini all’infinito. Vi lascia cadere dentro immagini come pietre in un pozzo, sperando di colmarlo: taglia, suddivide, contrappone le superfici, sognando di limitarlo; e, se non può evitare di fronteggiarlo, lo riflette nel piccolo cerchio della luna o nel triangolo dei tetti o nel rettangolo delle finestre e delle porte, come l’arabesco leggero con cui nell’Estremo Oriente le Chinois au coeur limpide et fin circuiva sulla carta le stelle, gli alberi, i fiori e i pesci. Eppure l’artista sa bene che senza la malattia dell’infinito non potrebbe mai dipingere. Ha bisogno delle sensazioni, delle intuizioni, dei pensieri, delle associazioni, che sgorgano in lui da una fonte distante come la più remota Galassia. “Il sogno visionario non si forma che nel viaggio”. Non conosco definizione più illuminante di questa di Borges per intendere appieno la vocazione figurativa di Dall’Olio. Egli è un viaggiatore instancabile: attraversa pianure, colline, mari, isole, foreste: attraversa epoche storiche ed epoche artistiche: torna insaziabile a leggere Eraclito e il Tao-Te-Ching. In queste sterminate avventure rimangono impigliate ai suoi abiti e nelle sue bisacce, nei suoi cesti di cercatore di pepite d’oro, ogni sorta di ritagli, di immagini, di ricordi. Con tutti questi l’artista crea le sue opere, ora riproducendoli, ora rifiutandoli, ora modificandoli. Immerge il pennello nel vasto bacino della sua Koind espressiva, e con quella “lingua iridata” disegna un vecchio imperatore che sfoglia le inutili mappe del suo atlante, il riflesso delle perle in fondo al mare di Malabar, il francolino che sfugge felice dalla gabbia negli spazi del cielo. C’è una vera e propria poesia della metamorfosi nell’opera di Dall’Olio. Se il sogno di Borges uccide lo spazio e il tempo, quello del nostro artista sprofonda nella vertigine: moltissimi tempi e luoghi – Zoroastro ed Eraclito; Amon-Ra e Osiride; Quetzalcoatl, il “Serpente Piumato” e Montezuma; L’Alhambra di Granada e la Cattedrale di Chartres; Uxmal in Messico e il Tempio di Lingaraja in India; Carpaccio e Klee; Bruegel e Chagall – si confondono, si mescolano, si accavallano vorticosamente nell’istante di tempo, mentre attorno cambiano forma, si restringono, si allargano, turbinano muri invisibili. Se non chè quando il risveglio si avvicina, scopriamo che non esiste soltanto una metamorfosi del sogno, una memoria delle reveries ad occhi aperti, come quelle de “Le mille e una notte”, ma anche una metamorfosi dell’Es che apre porte inaspettate, dove per raggiungere un luogo, dobbiamo voltargli le spalle; dove per restare fermi, dobbiamo correre; dove per arrivare in un punto, dobbiamo averlo già superato; e il tempo corre all’indietro: prima il futuro, quindi il presente, infine il passato.