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ALESSANDRA REDAELLI

VORREI AVERE LE ALI

C’è un non detto, nell’arte contemporanea, che grava come un comandamento e che in qualche modo condiziona la lettura: che l’arte, per essere tale, debba mostrare il dolore ed evitare il bello. E’ un retaggio delle Avanguardie del Novecento. Meritevoli, certo, di avere fatto piazza pulita di tutte le leziosità che, gioco forza, un’arte devota al bello portava con sé, ma colpevoli di un peccato originale che ha lastricato il panorama contemporaneo di tristezza. Improvvisamente un paesaggio e un tramonto sembrano non aver più diritto di esistere – più che mai se dipinti – a vantaggio di pietre nude, pelli scorticate, ammassi di materiale bruto. Nessuno nega il valore immenso di esperienze – tanto per fare un esempio – come quelle della Land Art o dell’Arte Povera (il camminare solitario e ossessivo di Richard Long, il culto della natura di Giuseppe Penone, l’accumularsi della materia in nidi caldi di Mario Merz), ma il paradosso di quell’esperienza è che sembra destinata a non finire mai, e ancora oggi, scavallato il primo ventennio del XXI secolo, la bellezza e la serenità vengono guardate con un certo sospetto.

Non tutti gli addetti ai lavori la pensano così, fortunatamente, e non tutti gli artisti si allineano. E da una manciata di anni si comincia a vedere anche da parte del collezionismo e delle grandi fiere un’inversione di marcia. 

Ecco, Luca Dall’Olio è uno di quelli che si sottraggono al diktat e così decide di incantarci con una narrazione gioiosa, serena, appagante per lo sguardo, ipnotica, avvolgente, declinata in colori antinaturalistici e potenti che sembrano chiamarci a sé, alla scoperta di un mondo altro dove la felicità è possibile. 

Nei suoi dipinti lo sguardo entra e, inevitabilmente, si perde. Ed è proprio quello che l’artista desidera, guidandoci come il pifferaio magico lungo percorsi che ha costruito per noi, pennellata dopo pennellata. Perché il sentiero comincia lì, alla base del quadro, come se noi, spettatori, vi stessimo con i piedi sopra. E allora che fare, d’altro, se non percorrerlo? Abbracciate da un muro ricurvo, addossate l’una all’altra come a costituire una fortezza, per prima cosa incontriamo un gruppo di case. Le luci, dentro, sono accese. Sappiamo che se fossimo i viandanti di una favola e cercassimo conforto, una tazza di minestra e un letto su cui riposare, lì li troveremmo. Ma non abbiamo il tempo di averne la conferma, perché il sentiero prosegue oltre, e noi dobbiamo andare. Sul ponte che ci porta a quella penisola, dove i pini marittimi, uniti in un’unica chioma, sembrano elevare un canto corale verso il cielo; e poi a quell’altro ponte, fino al promontorio sormontato da un castello di pietra tenera, tufo forse, un edificio che riunisce in sé il fascino austero delle dimore medievali e quello sontuoso dei giardini di Semiramide. Ci sembra di udire una musica, provenire da lì, e siamo certi che dentro ci aspetti una tavola grande, di legno grezzo, lunga, illuminata da candelieri che riflettono un baluginio caldo sui muri di mattoni, imbandita con piatti pieni di selvaggina e caraffe di terracotta a contenere un vino corposo. Ma non ci fermeremo nemmeno lì, perché ci siamo appena accorti che il ponte prosegue, tenuto su da grandi pilastri affondati nel mare, e che se lo percorreremo tutto arriveremo a quella strada gialla, luminosa fino a ferire lo sguardo. E’ la luce che proviene dal faro, ma per un incantesimo ha assunto una consistenza solida e allora noi ci saliremo, senza paura, perché in questo luogo – oramai lo abbiamo capito – il male e il pericolo non esistono. Quando raggiungiamo quella scia luminosa ci rendiamo conto subito che è forte, ampia, capace di sostenerci; sotto, il mare calmo ne riflette lo splendore. Socchiudiamo gli occhi appena, per non farci abbagliare dalla sua luminosità, ed è quasi con sorpresa, dunque, che scorgiamo il ponte. L’ultimo. Quello che porta alla Luna. Del resto, dove altro poteva condurci questo viaggio? Ci saliamo senza timore. E poi è lì che andiamo a sederci: nella conca morbida e curva che si fa culla, prende la forma del nostro corpo. E da lì finalmente osserviamo la strada che abbiamo percorso, le colonne spezzate, gli architravi e quel tempio classico, poco lontano, sull’isola, illuminato da una luce vivida, perché il cielo, sopra di noi, è spezzato in due dall’equilibrio perfetto del solstizio d’estate, con il giorno che si specchia nella notte, e questa notte è piena di stelle pulsanti. Ricambiamo il loro sguardo, respiriamo la perfezione dell’istante e intanto cerchiamo l’ennesimo ponte che certamente ci porterà anche lì, al tempio, e poi oltre, fino ad attraversare l’orizzonte. 

C’è tanta poesia, nella pittura di Luca Dall’Olio, c’è il canto di un realismo magico sostanziato di edifici dalle cromie tenui, elevato in tetti puntuti come matite e scandito dalla presenza di frammenti di passato (i templi, le colonne) a ricordarci da dove veniamo. A volte la notte domina ogni cosa, i toni si accorpano in un’unica squisita sinfonia di blu, la luce si fa fosforescente, fantasmatica, e il cielo si riempie di stelle così roboanti che pare di udirne il rumore (stelle dipinte da un Van Gogh bambino che non ha ancora conosciuto l’angoscia?). C’è tanta poesia, sì, ma c’è anche tanto altro. C’è una padronanza del colore e delle sue voci che si traduce in un’immediata comunicazione di emozioni dall’artista allo spettatore: un contagio, come se non ci fosse filtro. Paolo Levi la definisce alla perfezione, parlando di una “poetica visiva che si basa sui rapporti tonali”, ed evidenziando anche che sotto la pelle di quella pittura c’è una tecnica tutt’altro che semplice. “In molte opere”, scrive, “la tavolozza seleziona una cromia di predominanza, condizionando le altre tramite le assonanze delle variabili tonali e le dissonanze dei colori complementari”. 

Ma c’è tanto altro ancora, dentro questi paesaggi sognati e sognanti, scaturiti senza un progetto preciso dal pennello dell’artista come un dettato del cuore e dell’inconscio. Altro oltre alle teorie sul colore di Michel Eugène Chevreul, tanto amate da Seurat e sviluppate da artisti come Sonia Delaunay. C’è la semplificazione che da Cézanne in poi ha spalancato agli occhi del mondo i segreti della forma, declinata qui in una delicata carezza allo sguardo dell’osservatore (i cespugli come semisfere perfette; cilindri, parallelepipedi e poliedri a strutturare gli edifici), carezza che però sa mutare dalla morbidezza curvilinea e sinuosa dei panorami marini agli spigoli vivi dei paesaggi di montagna, con i pini resi in acuminati triangoli bidimensionali e gli abeti che sembrano costruiti con le sagome a incastro con cui giocano i bambini. 

E poi ci sono le simbologie, mai pesanti, piuttosto sussurrate, come quelle colonne spezzate a suggerirci di non ripetere gli errori del passato, o come la luce pulsante del faro, a ricordarci che ognuno di noi ha bisogno di una strada da seguire, e non solo per arrivare alla Luna. E c’è l’atmosfera sospesa della grande Metafisica, quel senso di attesa che qualcosa di epocale stia per accadere. Il fatto che accada in un paesaggio rosa, dove non ci sono angoli bui a spaventarci, non toglie nulla alla limpidezza del messaggio. Ripensato in un luogo di delizie, quello in cui tutti noi vorremmo vivere, l’enigma metafisico acquisisce qui una grazia tutta particolare, enfatizzata da una familiarità nella quale sentiamo di poterci destreggiare; mentre l’assenza di una connotazione temporale colloca i paesaggi di Dall’Olio in un oltre onirico che non ci costringe a fare i conti con Crono. 

E infine l’assenza. A eccezione dei due lavori nati durante il Covid, infatti (invasi da presenze grottesche e misteriose e in cui anche gli alberi mostrano saggi occhi scrutanti), non ci sono abitanti nei paesaggi di Luca Dall’Olio. Eppure questa scelta non è mai avvertita come una mancanza. Perché noi sappiamo che dentro quelle case, o magari seduta a riposare dietro i cespugli, c’è un’umanità accogliente, confortante, gioiosa, illuminata da luci declinate a colori fatati. E se le strade sono libere, vorrà dire che le percorreremo noi. Per toccare con le nostre mani il profilo di quel pino e scoprire se davvero è liscio e affilato come appare, per affondare dentro quelle chiome di alberi che certo saranno cedevoli e soffici come zucchero filato. E per arrivare su, fino alla Luna, e fissare uno a uno quegli occhi di stelle che, ne siamo certi, sapranno guardarci dentro e spiegarci qualcosa in più su di noi.  

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